Recensione
di Claudio Gorlier, La Stampa, 30/10/2004

Schiavitù d’America: frustati a sangue e piantagioni in rivolta

Pochi ricordano ancora - spero - La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe, lacrimoso romanzo antischiavista ottocentesco la cui autrice rientra nel novero di quelle signore borghesi descritte da Henry James in Le Bostoniane, pronte, dopo la guerra di secessione a rifondare la schiavitù per poter organizzare una nuova crociata abolizionista. Perché, allora, proprio alla Stowe si rivolse la giovane schiava appena liberata Harriet A. Jacobs per essere aiutata a pubblicare il suo manoscritto, venendone altezzosamente congedata? La risposta è che, significativamente, entrambe avevano come modello il romanzo sentimentale inglese del Settecento, in particolare Samuel Richardson, autore di Pamela e di Clarissa. Rammentando, tra l’altro, che Clarissa è in realtà un romanzo tragico. Queste e altre notizie si ricavano dalla eccellente prefazione di Sara Antonelli alla prima, benvenuta edizione italiana di Vita di una ragazza schiava. Raccontata da lei medesima, l’autobiografia, appunto della Jacobs, pubblicata in volume nel 1861, virtualmente dimenticata e riscoperta, grazie alla Harvard University Press, nel 1987, con il titolo originale, Incidents in the Life of a Slave Girl. Written by Herself. Così, il libro ha trovato un posto meritato nel filone della cosiddetta «narrativa degli schiavi», in cui spicca un vero e proprio classico, il memorabile autoritratto di Frederick Douglass. La Vita è raccontata in prima persona da una ex schiava, Linda Brent, cresciuta nella ricca tenuta di un medico della North Carolina, il dottor Flint, che rivela una doppia personalità. Da un lato, Flint è un caratteristico aristocratico del Sud, dalle eleganti maniere e dai gusti raffinati, «un epicureo» dall’altro, un padrone feroce e spietato. In una delle scene più drammatiche e stringenti del libro egli frusta personalmente a sangue uno schiavo. Il crudele dottor Flint è sempre alla ricerca di «qualcuno da divorare», racconta con plastica immagine Linda, la quale non assiste alla scena ma ascolta con orrore le grida della vittima e gli insulti del padrone. Uomini e donne bianche della società schiavista del Sud emergono nel libro in tutta la loro crudeltà, specie nei confronti delle schiave, e il ritratto del dottor Flint, come ha rilevato uno studioso africano americano, è modellato allusivamente sulla figura di Satana nel Libro di Giobbe. Non meno tragiche, nella misura asciutta della voce di Linda, appaiono le scene delle famigerate aste in cui gli schiavi venivano posti in vendita. Liberata, Linda ha il privilegio di compiere un viaggio in Inghilterra, e di paragonare la «oppressione dei poveri, dei miserabili con la condizione degli schiavi», per concludere che «i più poveri e i più ignoranti» stanno decisamente meglio «dello schiavo più viziato d’America». Ma ecco un incontro decisivo: la «forti emozioni religiose» che la commuovono e la spingono a inginocchiarsi «al tavolo della comunione». Dobbiamo tener presente qui tre dati di fatto. Una, l’evangelizzazione spesso coercitiva degli schiavi, che peraltro lasciò una traccia profonda; la seconda, che la Vita era destinata a un pubblico bianco insieme liberale e religioso; la terza, decisiva, che il libro fu rivisto e introdotto da un’autorevole esperta, Lydia Maria Child. A differenza della curatrice italiana, penso che il ruolo della Child vada considerato decisivo. L’autrice sapeva leggere e scrivere, mancando però di mestiere, e ciò spiega l’assenza di una struttura sia linguistica sia mitopoetica peculiare, magari sotterraneamente, degli schiavi africani. Sta qui il limite di un libro peraltro fondamentale. Un tentativo recente di ricondursi all’universo della schiavitù e di ripossederne le drammatiche contraddizioni, tali da coinvolgere anche i padroni bianchi, si trova nel romanzo di Valeria Martin, Proprietà. Nata a New Orleans, l’autrice evoca un momento convulso del periodo della schiavitù, durante l’insurrezione violenta pur se effimera nelle piantagioni della Louisiana. Siamo nel 1828, e anche qui la voce narrante è affidata a una donna, questa volta un’eroina negativa. Infatti, se Manon è la moglie del padrone, e può dunque partecipare della proprietà degli schiavi, esercitarla con durezza, deve assistere alla tresca tra il marito e l’affascinante schiava Sarah, che lo domina sessualmente. La proprietà, il potere, vengono così posti in gioco, pur se alla fine un amaro compromesso evita la tragedia, senza cancellare il trauma. Proprietà, ben tradotto da Guido Calza, rientra nel territorio della narrativa affabulatoria, con tutte le sue astuzie, le sue concessioni, ma lo sguardo sul mondo segreto della schiavitù provoca una acuta suggestione, tra privato e storia.