Recensione
di Valentino Parlato, Il Manifesto, 01/09/2004

C'era una volta Berlinguer

Lo confesso, questo volumetto di Massimo D'Alema (A Mosca l'ultima volta, Donzelli, pp.143, euro 12,50), mi è piaciuto. Mi è piaciuto per la mescolanza di dubbi e leggerezza, per l'assenza di conclusioni nette, impositive. Forse in questo registro, inconsueto all'autore, ha agito la presenza di due morti, quella di Enrico Berlinguer e quella di Giusi Del Mugnaio, che di D'Alema era la compagna. La morte dovrebbe indurre alla modestia e anche al dubbio, e per questa sua temperie il libro stimola il lettore a tornare indietro nella memoria. Per esempio al 1962, quando - chiamato dal padre, Giuseppe, che era segretario regionale della Liguria, a dare una mano alla preparazione di un congresso regionale - conobbi Massimo tredicenne nella loro casa di Nervi. Ricordo che con Alessandro Natta si discuteva della distinzione, dichiarata da Giovanni XXIII, tra l'errore e l'errante, che praticamente liquidava la scomunica di Pio XII. Tempi passati e migliori. Il libro si compone di tre capitoli. Il primo sullo scenario del 1984; il secondo sul viaggio a Mosca per i funerali di Andropov (e qui vale ricordare che durante la segreteria Andropov, che più di una speranza aveva suscitato tra i comunisti, ci fu l'attentato al papa e la pronta indicazione della «pista bulgara»); il terzo sul duello Craxi-Berlinguer e la morte di quest'ultimo. Consiglierei di cominciare a leggere questo volumetto proprio dal secondo capitolo, quello sul viaggio a Mosca. Una corrispondenza giornalistica brillante e illuminante e dalla quale emerge un Berlinguer abbastanza inedito, disincantato e spiritoso, ma anche uno che ha consumato (siamo nel 1984) una rottura «antropologica» con il potere sovietico. Berlinguer non sopportava i sovietici già ai tempi della radiazione di noi de il manifesto, ma evidentemente non volle (o non poté) impedire il provvedimento disciplinare; eravamo nel 1969. Il primo e il terzo capitolo sono un unicum e sono i capitoli sulla crisi, il declino e le divisioni del Pci. Il testo di D'Alema meritoriamente abbonda di interrogativi senza risposta: la risposta va cercata ancora. Scrive D'Alema: «Avrebbe potuto Berlinguer, dopo il 1976 (ndr: è il momento di massima avanzata elettorale del Pci), intraprendere un percorso diverso? Coltivare maggiore fiducia verso la tenuta democratica del paese, investire da subito sull'alternativa di politiche e classi dirigenti, sfidare il riformismo socialista su quel terreno, rinunciare al rifugio ciellenistico della grande coalizione? Legittimo porsi l'interrogativo. Assurdo cercare di rispondere». Come apprezzo la non risposta di D'Alema, contesto la parola «assurdo»: bisogna cercare di rispondere; è il nostro non semplice compito, anzi molto difficile. Come ha scritto Piero Sansonetti, nella sua attenta recensione su L'Unità: «rispondere a tutte queste domande aiuterebbe molto a capire non solo cosa successe `ieri', ma anche cosa sta succedendo oggi nella società italiana e quali sono i nodi strategici da sciogliere». Massimo D'Alema fa bene a non darci la sua lezione, ma noi, e anche lui, abbiamo l'obbligo di capire e non possiamo cavarcela solo richiamandoci a «l'impeccabile abilità della sinistra di mancare agli appuntamenti storici nel momento del loro compiersi». Forse un po' di autocritica?

La storia è lunga e comincia il 28 settembre del 1973 con la proposta, da parte di Berlinguer, del compromesso storico con la Dc dopo il golpe in Cile. Berlinguer è realista e capisce che non basta il 51 per cento per governare. Ma la linea del compromesso storico noi de il manifesto la avversammo e non trovò favorevole ascolto né all'interno del Pci, né nella Dc. L'unico ponte sarebbe stato Moro, ucciso il 9 maggio del 1978. La politica della solidarietà nazionale logora il Pci e salta con l'uccisione di Moro. L'azione di Craxi si fa più insistente e pone problemi di scelta che dividono l'interno del Pci. Nel settembre del 1978 Luigi Pintor su il manifesto pubblica un articolo dal titolo «Chi ha paura di Bettino Craxi?», che fu preso (anche al nostro interno) come un ammiccamento a Craxi e invece era il contrario: era il tentativo di governare il suo eccesso di protagonismo, nascente dal suo infimo consenso elettorale. Poi ci fu Berlinguer alla Fiat (piuttosto solo, io lo seguii in tutti i suoi comizi) e, quindi la sconfitta con la marcia dei 40 mila. Era l'ottobre del 1980. In novembre c'è il terremoto dell'Irpinia e la sera del 28 novembre Berlinguer fa la seconda svolta di Salerno. Ricordo, era sera, e nei locali della Federazione, Berlinguer che rispondeva ai giornalisti - c'era anche Giovanni Russo che ne scrisse in un suo libro -, sembrava un addolorato signore sulla sedia del dentista. Annunciò così - pur ribadendo la continuità con la linea precedente - che era finita l'epoca del compromesso storico e cominciava quella dell'«alternativa democratica». Con chi si potesse fare questa alternativa democratica non era affatto chiaro: con il movimento operaio, con gli onesti? E non si fece un passo avanti neppure l'indomani, nella riunione all'Hotel Raito di Vietri sul Mare, dove furono relatori Bassolino e Ranieri, per la Campania e la Lucania. A me parve - e credo anche a D'Alema - una fuga in avanti di un Berlinguer che restava profondamente convinto della linea del compromesso storico, la vera via italiana al socialismo. L'articolo 7 e tutta la Costituzione non era forse l'anticipazione di questa linea? La situazione precipita con lo scontro sulla scala mobile. E qui forse è utile una rapida notazione sulla specificità italiana della scala mobile: fu un grande ammortizzatore dello scontro sociale, non a caso ebbe due padri nobili di parte confindustriale: Angelo Costa agli inizi della repubblica e Gianni Agnelli con l'accordo sul punto unico di contingenza nel gennaio del 1975, che fu una scelta intelligente di parte padronale di fronte alla crescente offensiva operaia. E non a caso, credo di poter dire, Bruno Trentin non fu mai un fanatico della scala mobile. Ma nel 1984 quello sulla scala mobile tra Craxi e Berlinguer fu uno scontro tutto politico, non a caso la Cgil di Lama prese un po' le distanze. Ma uno scontro di grande rischio: anche Craxi a un certo punto - come mi ha raccontato tanto tempo fa Pierre Carniti - fu sul punto di mollare. Ma l'Italia degli anni `80 era cambiata (D'Alema ricorda la Milano da Bere) e il Pci dopo l'avanzata del `76 si era fermato, arroccandosi sulla «austerità», la «diversità», che poco o nulla comunicavano alla parte più avanzata del paese: il referendum - anche per la morte del capitano che comandava la carica - fu perso e fu perso soprattutto a nord, mentre al sud (arretrato) andò abbastanza bene. La manifestazione a Roma contro il decreto di Craxi superò tutte le aspettative, ricordo l'edizione straordinaria dell'Unità con il titolo «Eccoci» e la foto di Berlinguer che con timidezza reggeva con e due mani il giornale spiegato. Un successo straordinario, ma, direi, postumo. Di fronte a quell'enorme spiegamento di lavoratori, quel pomeriggio piansi: la sconfitta era proporzionale alla grandezza di quella manifestazione, di quel generoso spiegamento di forze. Sullo scontro Craxi-Berlinguer credo ci sia ancora da capire, ma la mia impressione è che anche Craxi, angosciato dal suo minoritarismo, abbia avuto una condotta suicida e dannosa al paese: la fretta fa l'uomo ladro, dice il proverbio. Craxi si danneggiò e danneggiò per la fretta. Ma su tutta questa vicenda del rapporto Psi-Pci vale ricordare che Giorgio Amendola sulle colonne di «Rinascita» del 28 novembre 1964 (Togliatti era morto) avanzò (avversato da tutti o quasi) l'ipotesi di una riunificazione dei due partiti. Bisogna ricordare D'Alema e «l'impeccabile abilità della sinistra di mancare agli appuntamenti storici nel momento del loro compiersi»?