Recensione
di Massimo Giannini, La Repubblica, 26/08/2004

La lezione di Berlinguer il riformatore sconfitto

«Improvvisamente, in cima alle scale, appoggiata ad un muro compare la nostra corona di fiori. Berlinguer la vede, mi sorride e dice: ?Vedi, questa è la prima legge generale del socialismo reale: i dirigenti mentono, sempre, anche quando non sarebbe necessario. La seconda è che l´agricoltura non funziona, mai, in nessuno di questi paesi. La terza, facci caso è che le caramelle hanno sempre la carta attaccata´. E fece con le dita il gesto di stropicciarsele, come se dovesse liberarsi appunto di una carta appiccicosa...». Non c´è una metafora migliore, per descrivere non solo la parabola del socialismo reale, ma anche del berlinguerismo. La racconta Massimo D´Alema, in un libricino di «memorie» che uscirà oggi da Donzelli. «A Mosca, l´ultima volta», racconta il viaggio di Enrico Berlinguer, in occasione dei funerali del leader sovietico Jurij Andropov. L´attuale presidente dei Ds, in quel freddo febbraio del 1984, era solo il giovane leader regionale del Pci in Puglia. Ma il segretario di Botteghe Oscure scelse proprio lui, insieme a Paolo Bufalini, per farsi accompagnare in Urss, a rendere l´ultimo saluto al successore di Breznev, che si portava nella tomba le timide speranze di rinnovamento di quella terrificante macchina di repressione della libertà e della democrazia che fu il comunismo sovietico. Il comunismo italiano era un´altra cosa. D´Alema lo ricorda, e ricorda il difficile «contesto» di quei mesi, che tra quel viaggio a Mosca e il malore al comizio di Padova il 7 giugno, precedettero la scomparsa del segretario del Pci. Nel mondo, oltre alla convulsione dell´impero sovietico, imperavano il pugno di ferro thatcheriano e l´edonismo reaganiano. In Italia infuriava lo scontro sulla scala mobile. Ripescando il taccuino di quella strana «missione» sulla «tradotta per Mosca» (un volo di Stato insieme al presidente Pertini e al ministro Andreotti) D´Alema ci restituisce, con qualche aneddoto, una lettura più articolata e originale della vicenda berlingueriana di quegli ultimi anni. Ne viene fuori un ritratto singolare. Oltre a quello delle «tre leggi generali del socialismo reale», c´è il Berlinguer che si rifiuta di andare subito alla camera ardente, dicendo irritato «noi aspettiamo le nostre valigie», disperse per i meandri della burocrazia moscovita. C´è il Berlinguer che si porta dall´Italia «un curioso cappello tirolese» perché «faceva freddo ma lui non voleva essere fotografato con un colbacco». C´è il Berlinguer che non vuole incontrare Cernenko, perché «racconta di aver letto il suo rapporto al plenum di giugno sull´ideologia, e dice ?è un orrore, un dogmatico, un testone´», e che a Bufalini confessa «peccato che qui ci sia ormai un mondo senza futuro». C´è il Berlinguer che si infuria quando riceve la notizia che il governo Craxi vara il decreto sulla scala mobile: «E´ un´ingiustizia, una prepotenza, un sopruso!». C´è il Berlinguer del mesto ritorno a Roma in aereo, che medita amaro su quanto è accaduto a Mosca e su quanto sta per accadere in Italia, e che fa nutrire a D´Alema «l´idea che dentro di lui si fosse consumato verso quel mondo uno strappo non solo politico ma culturale, e persino antropologico, superiore a quello comunemente noto e percepito». Quello che avvenne dopo (dalla rottura definitiva con Craxi fino al ricorso al referendum sulla scala mobile) non conferma questa impressione dalemiana. Gli eventi di quei mesi, italiani e internazionali, avrebbero suggerito una radicale apertura del gioco politico. Una fuoriuscita definitiva dall´orbita sovietica e dalla tradizione comunista. Un confronto in campo aperto con i socialisti sulla questione della modernizzazione economica e sulle riforme istituzionali. Un rilancio sulla società civile, per intercettarne la domanda di novità nella politica, nel costume, negli stili di vita e di consumo. E invece Berlinguer, proprio in quei mesi, si chiude su se stesso. E chiude sempre di più il Pci in quella che Miriam Mafai ha definito a suo tempo «la ridotta della diversità». La diversità quasi come un assoluto valore in sé, piuttosto che come pratica contingente. Austerità, questione morale. C´è una radice nobile, in queste scelte berlingueriane che secondo D´Alema ne spiegano l´inarrivabile carisma: l´uomo e il politico sono tutt´uno, così come lo sono l´etica e la politica, in senso weberiano. La politica come responsabilità, ma non solo: anche come dedizione, impegno, testimonianza, che Berlinguer sublimerà con quella che Natalia Ginzburg definì allora «una bella morte, mentre parlava alla gente, come ha fatto per tutta la vita». Ma anche D´Alema non può non riconoscere che quella fu una delle tante occasioni mancate dalla sinistra. Berlinguer «capisce quello che sta avvenendo», nella politica e nella società italiana. Capisce il fascino della sfida sulla «modernità». Ma secondo D´Alema vede «nella personalità e nella politica di Craxi l´incarnarsi, almeno parziale, del volto negativo della modernizzazione». Non ha tutti i torti. Ma così, alla fine, una sfida conradiana e insensata tra i «duellanti», il comunista e il socialista, sbarra la strada al cambiamento. E il limite di Berlinguer non si rivela tanto in un deficit di comprensione della crisi del Paese: «Il suo dramma è nella fragilità della risposta». Per questo Berlinguer fu davvero «un riformatore sconfitto». Grazie a lui, il Pci fu un grande partito di massa. Ma fu e restò fino in fondo un «partito comunista». Lo rimase anche dopo la drammatica crisi polacca, che nell´81 spinse il leader del Bottegone a pronunciare in tv la celebre frase sull´esaurimento della «spinta propulsiva della Rivoluzione di Ottobre», ma non lo indusse mai a portare lo «strappo» fino alle estreme e più logiche conseguenze politiche. La «Terza via» esisteva ed è esistita solo nella sua mente: la fuoriuscita dal capitalismo, il comunismo che emenda se stesso, la politica senza il rinnovamento delle istituzioni, le riforme senza le regole del mercato. Rinchiuso in questa ferrea trincea culturale, Berlinguer è stato il simbolo vivente di un Pci che poteva anche diventare il primo partito d´Italia, ma che non poteva comunque governarla neanche se avesse davvero raggiunto o addirittura superato il famoso 51%. Un partito comunista che ha orgogliosamente rifiutato la sua Bad Godesberg, e che ha scientemente evitato uno sbocco di tipo socialdemocratico europeo. Il fattore K, a cavallo tra gli anni ?70 e gli ?80, ha funzionato davvero, e non è stato soltanto una felice invenzione giornalistica di Alberto Ronchey. Se avesse accettato lo sbocco riformista, Berlinguer avrebbe costretto Craxi ad affrontare il nodo dell´unità delle sinistre, e magari lo avrebbe sciolto già allora, evitando di tramandarlo ancora aggrovigliato ai leader di oggi. Avrebbe potuto forse già dopo il ?76 creare le condizioni per proporsi alla guida del Paese, invece di oscillare ai due lati estremi del pendolo politico, dal compromesso storico all´alternativa democratica. D´Alema non lo scrive, ma dalla trama del suo libro, al di là dell´ammirazione e anche del rimpianto che traspaiono dal ricordo dell´uomo, emerge questo rammarico tutto politico, che nasce dalla sinistra di allora ma si proietta ancora su quella di oggi, «ricca di personalità e vitale quanto poche altre, ma scissa e condannata a tradurre le proprie differenze in un´alternanza di scomuniche e conflitti». Berlinguer voleva, ma forse non potè. Oppure poteva, ma forse non volle. Il risultato non cambia. Alla fine, il comunismo gli rimase appiccicato alle mani. Proprio come quelle caramelle sovietiche, in quel febbraio di vent´anni fa.