Recensione
di Luigi La Spina, La Stampa, 26/08/2004

Berlinguer come in uno specchio

La trappola del passato continua a scattare, inesorabile. Per gli eredi del Pci, la storia del comunismo, una delle pagine più importanti, ma anche più tragiche, del secolo scorso, sembra perpetuare una condanna destinata a non essere mai scontata. Come se una tara genetica giustificasse un ostinato corollario a quel «fattore K» di roncheyana memoria: sì, i ds possono partecipare, ormai, al governo del nostro Paese, ma i suoi leader, nonostante guidino la maggior forza dello schieramento di centrosinistra, accettano di non candidarsi a palazzo Chigi. Una esclusione che costituisce l'ennesima anomalia italiana rispetto alle regole di tutte le democrazie europee. Una manifesta conferma di una irrisolta «questione del passato» per i discendenti di Gramsci, Togliatti e Berlinguer. Proprio il ventennale della teatrale morte di Enrico Berlinguer, l'ultimo capo storico del Pci, nel giugno del 1984 durante un comizio a Padova, ha fornito l'opportunità di una nuova riflessione su una delle figure più prestigiose e amate del comunismo italiano, ma anche su un leader politico a cui si addebitano gravi colpe. I capi d'imputazione nei suoi confronti, come è noto, sono numerosi e indirizzati soprattutto contro i finali suoi anni: sotto accusa è il suo «moralismo» che portò il pci all'isolamento politico, il conservatorismo costituzionale che gli impedì di accettare la grande riforma proposta da Craxi, l'antimodernismo nella sua difesa di meccanismi ormai obsoleti, come il punto unico di contingenza, con la rinuncia a una riformulazione del welfare più adeguata alla nuova realtà sociale. Queste e molte altre critiche sembrano, insomma, concentrare nell'ultimo Berlinguer la maggiore responsabilità per quella «tara genetica» che, come abbiamo accennato, continua ad azzoppare la classe dirigente erede di quel partito: aver aspettato la caduta del Muro e la scomparsa dell'Urss per abiurare i legami con l'ideologia comunista e rompere i rapporti con il partito-Stato guida del movimento internazionale. La scadenza cronologica, con un classico genere letterario, il ritrovamento di un vecchio diario di viaggio, vengono utilizzati anche da Massimo D'Alema per pubblicare un curioso libro, dalla molteplice natura e quindi di difficile classificazione, che ribalta, in modo originale, la discussione su Berlinguer. Proprio analizzando le vicende degli ultimi anni del segretario comunista, il presidente ds, pur non tacendo critiche ed errori, rivaluta il senso complessivo della politica di Berlinguer con una tesi suggestiva: l'«alternativa democratica», la formula berlingueriana che prese il posto del fallito compromesso storico, fu sì sterile proposta nell'immediato, perché non aveva interlocutori su cui fondarsi, ma fu profetica: vent'anni dopo, gli eredi del Pci arrivarono per la prima volta a governare il Paese attraverso un modello di alleanze del tutto simile a quello che lui aveva immaginato. Insomma, con una semplificazione giornalistica efficace, si potrebbe dire che Enrico Berlinguer è il padre nobile dell'Ulivo. Il libro di D'Alema, intitolato A Mosca l'ultima volta, edito da Donzelli, ha una parte centrale, piacevolmente narrativa, nella quale si racconta, sulla base di un diario che compilò l'allora giovane dirigente comunista, il viaggio della delegazione italiana a Mosca per i funerali di Jurj Andropov, uno degli ultimi leader dell'Unione sovietica (14 febbraio 1984). L'aereo di Stato accoglie un gruppo composito: insieme a Berlinguer, Paolo Bufalini e lo stesso D'Alema, rappresentanti di un partito ancora fratello di quello sovietico, anche se ormai piuttosto spurio, c'è il presidente della Repubblica, Sandro Pertini con il segretario generale del Quirinale, Antonio Maccanico, il ministro degli Esteri, Giulio Andreotti e persino due alti dignitari vaticani. L'intreccio tra i ricordi e gli appunti del presidente ds ricostruiscono con molta immediatezza i vezzi e i capricci di Pertini, la cautela sorniona di Andreotti, ma offrono soprattutto l'occasione per un ritratto umano di Berlinguer con alcuni aspetti di sorprendente novità. D'Alema, dipingendo un segretario comunista ironico, incline persino alla canzonatura dei suoi compagni di viaggio a proposito delle barzellette su Breznev, imprevedibile nei suoi tic, come quello di non voler apparire in pubblico col colbacco, documenta, in realtà, un Berlinguer impressionantemente lontano da quel mondo, fatiscente e cupo. Un distacco che, prima dell'ideologia, della politica, del costume e dei riti, nasce da qualcosa di più profondo: una totale estraneità umana. Naturale, allora, chiedersi perché Berlinguer aspettò così tanto, fino a non fare più in tempo, per rompere definitivamente con l'Urss e con il comunismo. D'Alema tenta di spiegarlo nelle altre due parti che compongono il libro, l'inquadramento storico che precede il racconto e l'epilogo che, con un'appendice di documenti, lo conclude. Il presidente diessino, per la verità, coglie gli elementi di debolezza della strategia berlingueriana, pronta ad analizzare con acutezza «la profonda crisi politica e istituzionale» di quegli anni, ma incapace di offrire una risposta «gestibile sotto il profilo dei rapporti politici e parlamentari». Con il risultato di accentuare «l'isolamento e l'arretratezza» della posizione del partito. D'Alema critica l'utopia dell'eurocomunismo e della fantomatica ricerca della «terza via» tra capitalismo e comunismo; sottolinea, soprattutto, il gravissimo errore di non aver cercato, sul piano internazionale, un aggancio prioritario e formale con la socialdemocrazia europea nel solco del riformismo continentale. Ma contesta una delle accuse fondamentali, quella dell'«antimodernità» e del moralismo di Berlinguer. Il segretario comunista, a giudizio di D'Alema, intuisce invece con anticipo che «la decadenza di un'etica pubblica» è il sintomo di quella crisi del sistema politico-istituzionale che sarebbe esplosa solo un decennio dopo. L'appello alla rivolta morale gli consente di difendere «il proprio campo» e costituisce «un investimento differito nell'avvenire». Berlinguer «mette i suoi al riparo dall'onda», per cui «non c'è moralismo nel Berlinguer della questione morale». «Forse - aggiunge però significativamente - superata la tempesta, avrebbe affrontato il problema di fondo: come rimettere in moto un processo politico e una prospettiva nuova». Il libro del presidente diessino, ricco di spunti suggestivi, ma non esente da quelle contraddizioni che, del resto, sono caratteristiche pure del personaggio raccontato nel testo, è interessante anche perché traccia, involontariamente, un autoritratto dell'autore. D'Alema possiede alcune qualità di Berlinguer: è similmente molto amato dai militanti del suo partito, è similmente rispettato e temuto dagli avversari. Rischia però di condividere anche un difetto dell'ultimo grande segretario comunista, quello di voler rappresentare sempre «la centralità» del pensiero dei suoi compagni di partito. Il carisma si deve conquistare e mantenere non per finirne prigioniero, ma per avere l'ambizione di guidare e orientare i propri adepti, pagando il prezzo di incomprensioni e, magari, correndo il rischio di perderlo. Per ritornare alla storia del Pci, Giorgio Amendola fu capace di esercitare questo ruolo. Ecco perché, forse, non fu mai il segretario di quel partito. E' vero, ma non vorremmo che un giorno si possa addebitare, come a Berlinguer, anche a D'Alema quella «abilità» che il presidente diessino riconosce alla nostra sinistra: quella «di mancare gli appuntamenti storici nel momento del loro compiersi».