Recensione
di Paolo Franchi, Il Corriere della Sera, 26/08/2004

Quell'accordo anti Craxi che unì De Mita e Berlinguer

Disse una volta con amarezza Massimo D' Alema, a proposito dei postcomunisti e di se stesso: «Siamo figli di un dio minore». Forse, chissà, era sincero. Ma sbagliava. Perché il problema, dei postcomunisti e suo, dell' esponente cioè più autorevole dell' ultima generazione politica significativa del comunismo italiano, quella cresciuta nella stagione berlingueriana, consisteva, semmai, nell' esatto contrario. Nell' essere cioè figli, gli ultimi figli, del Dio (con la D maiuscola, eccome) che aveva fallito. Nella difficoltà a fare i conti con questo fallimento, che chiamava in causa la loro storia, non solo quella dei padri. E quindi nella tendenza (a dire il vero assai meno forte in D' Alema che in altri) a rimuovere il passato e a procurarsi alberi genealogici d' occasione, costruiti alla bell' e meglio per dimostrare di non avere nulla di sostanziale da spartire con il comunismo. Se di errore o di reticenza si trattò, come pensiamo, adesso Massimo D' Alema vi pone in qualche misura rimedio. Con un libro tanto smilzo quanto denso (A Mosca l' ultima volta, Enrico Berlinguer e il 1984, Donzelli editore) in cui questa storia viene presa dalla coda. Dal suo epilogo, insomma. Anche se per tirarne le conseguenze epocali i comunisti (D' Alema a pieno titolo compreso) impiegarono altri cinque anni. Infatti, è con la morte di Berlinguer, nel fuoco di un duello a sinistra feroce come forse mai ve n' erano stati, che la storia del Pci arriva a compimento. Perché, come annota D' Alema, Berlinguer «portò al limite estremo la peculiarità del Pci». Per superare quel confine, però, «sarebbero stati necessari cambiamenti assai più radicali e dolorosi». Ma a colpire di più, in questo «scritto un po' strano», come lo stesso D' Alema lo definisce, non sono tanto le riflessioni storico-politiche dell' autore, quanto i ricordi personali e la ricostruzione dall' interno dei mesi cruciali, convulsi e drammatici che a quelle riflessioni fanno da sfondo o, per meglio dire, da contesto. Tutto comincia dal ritrovamento di un diario di viaggio, del quale nel testo c' è traccia ampia e, a coglierla con gli occhi di oggi, anche spassosa. È il viaggio che la delegazione del Pci (Berlinguer, Bufalini e, appunto D' Alema) fa a Mosca, ospite, con il ministro degli Esteri Giulio Andreotti e i cardinali inviati dal Papa, dell' aereo presidenziale di Sandro Pertini. Febbraio 1984, funerali di Jurij Andropov. In una Mosca immota e come fuori dal tempo che, seppellito Andropov, attribuisce a Cernenko le insegne del comando (e Berlinguer in questo mondo appare quello che ormai consapevolmente è, un alieno), il segretario del Pci apprende che a Roma il governo Craxi sta per varare il decreto sulla scala mobile. Si infuria, evita cerimonie e incontri (per sfuggire il leader francese George Marchais arriva a nascondersi dietro una colonna), si calma un po' solo quando Pertini dice che anche lui non è d' accordo con Bettino, e glielo farà sapere subito. Vuole solo tornare in fretta a Roma, Berlinguer. Perché del fatto che Craxi sia una mina vagante, un «pericolo per la democrazia», è convinto da un pezzo. Ma adesso pensa che il pericolo si stia facendo concreto e immediato, e che occorra dare subito battaglia. E questa battaglia, una battaglia durissima, D' Alema, all' epoca segretario regionale del Pci in Puglia, la ricostruisce (nello spirito di chi in buona parte ha cambiato idea, ma non nasconde di averla combattuta tutta dalla parte di Berlinguer e a volte un po' oltre) anche sulla base dei verbali della direzione. Descrivendone le poche cautele e le infinite asprezze. E, soprattutto, raccontandone un aspetto in larga misura inedito, e destinato a suscitare polemiche. La Camera ha appena approvato il decreto, che aspetta lo scontato sì del Senato, quando, il 5 giugno, i dirigenti del partito sono convocati a Roma. All' ordine del giorno, c' è il lancio del referendum abrogativo. Berlinguer spiazza tutti. Subito dopo le elezioni europee del 17 giugno, annuncia, ci sarà una crisi di governo, Craxi se ne dovrà andare, verrà il tempo di «una possibile convergenza a difesa della democrazia», e insomma di un governo con Ciriaco De Mita, ma senza Bettino. Che, evidentemente, la democrazia la minaccia. Agli occhi del giovane D' Alema anche la questione del referendum cambia segno: se Berlinguer vuole metterlo in campo è perché il nuovo governo trovi il modo di evitarlo emarginando Craxi. Non mancano i dubbi. Ma Berlinguer chiede di decidere subito. E si decide. Del governo «diverso» non se ne farà nulla, e il referendum si rivelerà un boomerang mortale per il Pci: il segno visibile che una storia e una cultura politica hanno compiuto il loro percorso. Il 7 giugno, Berlinguer viene stroncato da un ictus sul palco di un comizio a Padova. Craxi, corso al suo capezzale, si duole che la tragedia si sia consumata «mentre tra noi era in corso un litigio»: la morte in battaglia di Enrico, annota acutamente D' Alema, catturerà per sempre anche la sua immagine, consegnandolo al ruolo dell' antagonista, costruendogli attorno un' ostilità «che ne limita persino la capacità di "fare politica" verso il nostro mondo». Una doppia tragedia, che segna ancora la sinistra italiana. D' Alema, che tuttora rifiuta, per Berlinguer, l' etichetta di moralista e di settario, e tuttora rimane alquanto parsimonioso nei riconoscimenti verso il leader socialista, ce ne rivela un clamoroso passaggio segreto. Si attendono testimonianze, conferme e distinguo da protagonisti e comprimari dell' epoca.