Recensione
di Claudio Sardo, Il Mattino, 26/08/2004

A Mosca con Berlinguer nel paese senza futuro

Berlinguer che non vuole presentarsi con il colbacco davanti alla gerontocrazia sovietica e rifiuta di uscire dall’albergo di Mosca prima dell’arrivo della sua valigia e del suo cappello, portato dall’Italia. Berlinguer che distilla battute ironiche e amarissime sulla Russia comunista, fino a sentenziare che quel mondo è ormai «senza futuro». Berlinguer che rimprovera il giovane D’Alema per aver battuto Pertini a scopone (in coppia con Andreotti): «Al presidente bisogna lasciar fare qualche punto. È il capo dello Stato e ci tiene». Ha un taglio che non ti aspetti, molto diverso dagli altri suoi saggi, il libro che Massimo D’Alema ha voluto dedicare ad Enrico Berlinguer («A Mosca l’ultima volta», Donzelli editore, euro 12,50). È il racconto del viaggio nella capitale russa in occasione dei funerali di Jurij Andropov, nel febbraio dell'84, quattro mesi prima della morte del leader del Pci. Berlinguer, a sorpresa, decise di inserire D’Alema (allora segretario della Puglia) nella delegazione Pci, anche come sfida ai sovietici sul terreno del rinnovamento generazionale. E il giovane D’Alema tenne un diario di quei tre giorni, che trasferisce quasi integralmente nelle pagine del libro. È la traccia per ricostruire aneddoti e divertenti retroscena. E anche per scrutare nelle passioni, nei sentimenti, terreno fin qui poco frequentato dal D’Alema pubblico. Addirittura l’epilogo è dedicato ad un altro evento tragico, la morte in un incidente stradale della compagna di D’Alema: era trascorso appena un mese dalla scomparsa di Berlinguer e D’Alema racconta il suo dramma per concludere che così, con questi due lutti, finì per lui «una forse troppo lunga giovinezza». L’ossatura del libro, comunque, resta la politica. Anche perché quel viaggio a Mosca incrociò un altro evento cruciale per la sinistra italiana: il decreto Craxi sulla scala mobile, varato proprio la sera dei funerali di Andropov, mentre Berlinguer e D’Alema si trovavano a casa di Giulietto Chiesa, allora corrispondente dell’Unità a Mosca. L'ingessata agonia del sistema comunista e la rottura con il Psi diventano il paradigma della fine di un ciclo, dell'esaurimento della politica berlingueriana. La morte fisica di un leader che coincide con la percezione (netta in Berlinguer, secondo D’Alema) di un’impossibilità, di un limite all’apparenza insuperabile. In ogni caso, non è l'analisi autocritica sul Pci l’intento del presidente dei Ds. Il suo proposito, semmai, è di rileggere Berlinguer, valorizzando aspetti della sua politica talvolta trascurati. D’Alema, ad esempio, contesta la lettura «moralistica» della questione morale: per Berlinguer fu questione «politica», la percezione di una crisi di sistema che andava al di là del malcostume e incrinava il rapporto tra cittadini, partiti, istituzioni. Lo stesso decreto Craxi era avversato innanzitutto per il vulnus alla costituzione materiale. E il leader del Pci - a dispetto di chi lo descrive come distaccato e incurante delle tattiche parlamentari - era disposto a sporcarsi le mani, a giocare di sponda con Dc e Pri pur di far cadere il governo Craxi: il referendum sulla scala mobile, scrive D’Alema, era stato concepito non per arrivare allo scontro finale, ma per consentire a Dc e Pri di aprire la crisi dopo le europee dell’84. Poi, tutto andò diversamente. Tra i protagonisti del libro c’è anche Sandro Pertini, che partecipò al viaggio a Mosca e volle nell’aereo presidenziale sia la delegazione del Pci che quella vaticana, composta da due cardinali. Una comitiva che mise in imbarazzo il cerimoniale sovietico, con scene comiche fissate impetosamente dal D’Alema cronista. In diverse occasioni, Pertini sbotta con pesanti battute contro Craxi («Se lo incontra, gli dica che è cafone» disse al presidente austriaco durante lo scalo a Vienna, di ritorno da Mosca). Nelle sue riflessioni, invece, D’Alema cerca di individuare, come ha già fatto di recente, le ragioni di Craxi accanto ai limiti della sua politica. Non maschera la sua collocazione: «Berlinguer temeva una modernizzazione priva di larghe basi di partecipazioni e consenso... non a caso la P2 vide nel craxismo una possibile leva... non a caso si realizzò una saldatura con gli interessi di un imprenditore, Silvio Berlusconi». Tuttavia, D’Alema tenta una conclusione non partigiana: la «guerra civile» a sinistra portò alla sconfitta di entrambi i suoi leader. Ad un certo punto, il presidente dei Ds si domanda come sarebbe cambiata la politica, se negli anni ’70 il Pci avesse privilegiato il rapporto con il Psi e la prospettiva dell'alternativa. Ma, subito, riconosce che il «compromesso storico» è stata, in realtà, la sola, vera strategia di Enrico Berlinguer. E quando, con l’assassinio di Moro, quella politica finì, la «seconda svolta di Salerno», l'«alternativa democratica» non alludeva ad un cambio di alleanze. Secondo D’Alema, Berlinguer era persino consapevole che la difesa della «diversità» comunista non sarebbe bastata a frenare la già iniziata emorragia di voti. Ma decise così di spendere il prestigio accumulato per presidiare il proprio campo. Gettando i semi di nuove convergenze politiche e culturali, anche con settori della maggioranza, che sarebbero poi maturate negli anni ’90, dopo la caduta del Muro, la fine del Pci, la bufera di Tangentopoli e il cambio di sistema elettorale. Berlinguer non immaginava la seconda Repubblica. Ma D’Alema l’ha inserito lo stesso tra i progenitori dell'Ulivo.