Recensione
di Piero Sansonetti, L'Unità, 26/08/2004

D'Alema racconta Berlinguer

Secondo Massimo D’Alema, Enrico Berlinguer era un grande uomo politico, con una straordinaria forza «etica» ed enormi capacità tattiche. Non era un utopista, non era un moralista. Morì mentre stava conducendo la battaglia più difficile della sua vita. Quella per riportare il Pci al centro del gioco, della vita pubblica, in una fase della storia d’Italia nella quale il Pci era finito ai margini. Berlinguer era un uomo di principi ma era anche molto concreto, e sapeva che per fare politica e per imporre le proprie idee e i propri progetti bisogna usare la leva del governo. Ragionava in quest’ottica. Secondo D’Alema, Berlinguer, negli ultimi mesi della sua vita, stava lavorando esattamente a questo: a riportare il Pci nell’area di governo e a mettere Craxi in una posizione secondaria. Berlinguer, secondo D’Alema, si era convinto che Craxi – che era il presidente del consiglio - fosse diventato un ingombro per la democrazia, e che bisognasse giocare a tutto campo per sconfiggerlo. Per fare questo aveva intessuto trattative con la Democrazia cristiana e con il Pri di Spadolini, ed era sicuro che dopo la fine della campagna elettorale, e dopo il voto europeo di giugno - soprattutto se Craxi non avesse ottenuto una grande affermazione elettorale - sarebbe stato possibile far saltare il governo e riaprire una prospettiva di riavvicinamento al potere per il Pci e di ribaltamento degli equilibri politici. Forse contava anche sull’aiuto del presidente della Repubblica Pertini. Eravamo alla fine della primavera del 1984. Il 1984 fu un anno fondamentale per la vita italiana, perché segnò la fine degli spumeggianti anni ’70, ricchi di riforme e di conquiste sociali, e decretò l’entrata definitiva dell’Italia nel cono d’ombra del superliberismo, che aveva vinto cinque anni prima in Gran Bretagna, con la Thatcher, e quattro anni prima negli Stati Uniti con Reagan. Quell’anno sanzionò la sconfitta, in Italia, del movimento operaio (da allora quasi scomparve dal vocabolario la stessa espressione “movimento operaio”). Il 1984 fu un anno molto importante e drammatico anche per Massimo D’Alema. Soprattutto per lui. In giugno la malattia e la scomparsa di Berlinguer, e D’Alema racconta di esserne stato colpito e sconvolto anche emotivamente. 40 giorni più tardi la tragedia personale: la terrificante morte di Giusi Del Mugnaio, una ragazza splendida, molto allegra, intelligentissima, poco più che trentenne, che era la compagna di D’Alema, e aveva lasciato, per amore di lui, una brillante carriera politica: fu travolta e uccisa da una auto sulla superstrada tra Bari e Brindisi, il 20 luglio, e morì sul colpo. Massimo D’Alema, che nel 1984 – trentacinquenne - era da poco segretario regionale del Pci pugliese ed era considerato, da sempre, il ragazzo prodigio del partito - e il predestinato a succedere un giorno a Togliatti a Longo e a Berlinguer - ha scritto un piccolo libro sul 1984 e su Enrico Berlinguer nel quale racconta tutte queste cose. Il titolo è A Mosca l’ultima volta - Enrico Berlinguer e il 1984. È edito da Donzelli (143 pagine 12,50 euro). Parla di cose pubbliche e private. E soprattutto di cose pubbliche viste con un occhio privato. Il libro è costruito su tre parti. La prima è una descrizione del 1984. La seconda è il racconto di un viaggio a Mosca, nel febbraio del 1984, per partecipare ai funerali di Juri Andropov (successore di Breznev e terzultimo segretario del Pcus: gli successero Cernenko e poi Gorbaciov). Al viaggio parteciparono, per il Pci, Berlinguer, Bufalini e il giovane D’Alema, ma tutti e tre volavano con l’aereo presidenziale di Sandro Pertini che ospitava anche Andreotti e due cardinali. La terza parte del libro contiene il racconto dello scontro finale tra Berlinguer e Craxi sulla scala mobile e la valutazione politica. Il capitolo con il racconto del viaggio è il cuore del libro, è molto divertente, un pezzo di letteratura dal quale emergono come in una raffinata commedia i personaggi un po’ grandiosi e un po’ buffi - compreso il personaggio di D’Alema – e abbastanza lontani dagli stereotipi che conosciamo. Berlinguer appare come un raffinato intellettuale, un po’ disincantato e spiritosissimo, che prende atto del disfacimento del comunismo ma non sa come uscire dalla tenaglia: perché mentre osserva, in Russia, la vuotezza dei riti sovietici, dall’Italia rimbalzano le notizie sull’incattivirsi del craxismo, con la decisione di tagliare la scala mobile e di andare alla sfida finale con la Cgil e il Pci. Andreotti è sullo sfondo, sempre silenzioso e un po’ sfinge. Pertini è scatenato, parla male di Craxi, invita Berlinguer e Andreotti a trovare un accordo per fare fuori il capo del Psi, se la prende quando riceve la notizia del taglio della scala mobile, sbraita, promette di intervenire. In questo capitolo vengono raccontati alcuni episodi nei quali Berlinguer appare esattamente l’opposto del personaggio triste e ombroso che fa parte dela leggenda. Per esempio D’Alema racconta di quando Berlinguer si nasconde dietro una colonna per sfuggire a Marchais, il capo dei comunisti francesi che lo cercava disperato nella hall dell’albergo. O di quella volta che a cena spiegò a lui e a Bufalini come era andato un certo incontro tra Willy Brandt e Breznev. Brandt chiese a Breznev perché il Pcus non si decideva a riabilitare Krusciov. E Breznev, freddo, rispose: «Chi è Krusciov?». Più tardi la delegazione sovietica, a incontro concluso, circondò Breznev e tutti si congratularono con lui per come aveva sostenuto il dialogo con Brandt. Gli dissero: «Poi quella battuta su Krusciov: è stata favolosa…» Breznev li guardò con lo sguardo vuoto, e chiese: «Chi è Krusciov?». D’Alema racconta di avere riso divertito, ma di avere notato che Bufalini non rideva. Più tardi D’Alema, Berlinguer e Bufalini tornarono nelle loro stanze d’albergo, che erano una vicina all’altra. E mentre mettevano le chiavi nella toppa, Bufalini disse a Berlinguer: «Sai, secondo me non è vera quella storia di Breznev. Sembra una barzelletta…». Berlinguer entrò zilenzioso nella sua stanza, poi tornò indietro, si riaffacciò alla porta e chiamò Bufalini: «Paolo - disse - guarda che è una barzelletta…». E andò a dormire. La terza parte del libro è la più impegnativa politicamente, perché contiene alcuni giudizi sulla battaglia contro il taglio della scala mobile, sulla scelta del referendum e poi sui rapporti tra Berlinguer e Craxi e sullo scontro tra loro. Però non sono giudizi netti. D’Alema divide colpe, meriti ed errori dei due leader della sinistra di allora, e distribuisce parecchi riconoscimenti e qualche censura. Dice che Craxi aveva capito la necessità per la sinistra di assumere sulle proprie spalle questioni come quella delle compatibilità economiche tra politica e sistema produttivo, o quella della lotta all’inflazione; e però gli rimprovera l’assenza di un disegno politico ragionevole per il governo del paese. A Berlinguer riconosce il disegno politico e l’intuizione della questione morale, ma gli rimprovera di non aver capito la necessità di una riforma dello Stato e dice che il suo disegno politico non poteva funzionare in assenza di una riforma dello Stato. Poi D’Alema elenca molti «se». Per esempio: cosa sarebbe successo se Berlinguer nel ’76, dopo i successi elettorali del Pci, avesse preso una strada diversa dal compromesso storico? Oppure: cosa sarebbe successo se due leader di grande carisma come Craxi e Berlinguer invece di farsi la guerra avessero collaborato? Però lascia queste domande sospese. Il libro di D’Alema non pretende di essere un saggio che affronta e risolve l’enigma-Berlinguer: si limita a offrire alcuni spunti, e questo è il suo grande pregio. Il difetto forse è quello che D’Alema non ha voluto andare davvero a fondo sull ’84. Quello fu un anno chiave per l’Italia. Capire esattamente cosa successe in quell’anno, quale fu la svolta, quanto quella svolta fu legata al craxismo e alla sconfitta del Pci, in che modo modificò i rapporti tra le «classi», tra le lobby, tra i partiti, tra le ideologie, tra la politica e l’economia, tra il lavoro e l’impresa; rispondere a tutte queste domande aiuterebbe molto a capire non solo cosa successe «ieri», ma anche cosa sta succedendo oggi nella società italiana, e quali sono i nodi strategici da sciogliere. Probabilmente ci aiuterebbe anche a capire meglio Berlinguer, e a inquadrare più nitidamente la sua attualità.