Recensione
di Mario Ajello, Il Messaggero, 26/08/2004

D'Alema rilancia Berlinguer:

Per riassumere il personaggio, Massimo D’Alema prende in prestito una battuta di Fortebraccio: «Berlinguer è stato un uomo politico. Credete sia una banalità?». Non lo è affatto. Questa, la premessa. Poi su un argomento serissimo “A Mosca l’ultima volta. Enrico Berlinguer e il 1984” D’Alema ha scritto un libro gustoso e persino divertente, in uscita per l’editore Donzelli. Un volume diverso dalle precedenti fatiche letterarie del leader dei Ds. Centoquaranta pagine più simili, nello stile narrativo, nell’incastro di aneddoti e di analisi politiche, alla maniera con cui D’Alema conversa insieme agli amici o in Transatlantico a proposito di piccoli e grandi fatti della storia personale o nazionale. Il risultato è una rilettura originale della figura di Berlinguer: non il solito santino di purezza e diversità moralistica, ma una persona ironica, per nulla triste e sempre alla ricerca di compromessi anche nei momenti di massimo scontro. Il racconto trae spunto da una vicenda privata. Dopo vent’anni D’Alema (anzi sua moglie, Linda Giuva) ha ritrovato il taccuino che, da giovane segretario regionale pugliese del Pci, si portò nel 1984 a Mosca dove si era recato insieme a Berlinguer, per partecipare ai funerali di Andropov. Sull’aereo di Stato, insieme al segretario del Pci e al dirigente di Bari (quando lo vedrà Cernenko bollitissimo successore di Andropov, «fa una strana espressione come a dire: da dove sbuca questo bimbo?»), viaggiano il presidente Pertini, il ministro Andreotti, Bufalini più qualche cardinale. La composizione del gruppo lascia allibiti i funzionari sovietici: «Per loro non era normale che sullo stesso aereo arrivassero lo Stato, il Governo, il Vaticano e il Partito Comunista». Il cerimoniale russo va in tilt. Gli italiani reduci dalla solita partita di scopone imposta in volo da Pertini con Andreotti che finge di farsi consigliare le mosse di gioco da D’Alema e Berlinguer che confida al giovane dirigente che bisogna regalare qualche puntarello all’inquilino del Quirinale sennò s’arrabbia scoprono ovviamente che a Mosca i bagagli si sono perduti. Soprattutto Berlinguer è preoccupato. Si era portato in valigia un cappellino tirolese, pur di non mettersi in testa il colbacco, che gli dava fastidio come tutte le usanze sovietiche. Ma senza quel copricapo come poteva difendersi dal terribile gelo che riusciva a smuovere a forza di brividi perfino i semiparalizzati «vecchioni del Cremlino»? Qui D’Alema usa una cifra grottesca e surreale, la più adatta a descrivere il comunismo nella sua fase terminale. Ecco poi i bagagli che riappaiono. Ma da quel momento, Berlinguer fa di tutto pur di limitare al minimo i contatti con i sovietici «infidi» e «bugiardi». Cernenko confida il segretario del Pci ad un D’Alema divertito «è un orrore, un dogmatico, un testone». Durante quel viaggio piombò dall’Italia la notizia bomba: il premier Bettino Craxi aveva presentato il decreto sul taglio della scala mobile. Scrive D’Alema: «Berlinguer ebbe uno scatto di indignazione autentica e incontrollata alzò la voce: è un’ingiustizia, una prepotenza, un sopruso!». Così, piccola e grande storia si rincorrono in queste pagine. Il ritratto di Pertini è affettuoso e spiritoso. Dà del «baccalà» a Maccanico perché gli ha messo in valigia guanti troppo leggeri. Si infuria perché perde a scopone, prendendo a parolacce i compagni di gioco «fino a mettere pesantemente in dubbio le nostre abitudini sessuali. Andreotti rimase imperturbabile. Berlinguer era dispiaciuto. Io avrei voluto fuggire, ma dove?». O ancora lui, l’ottantottenne Capo dello Stato. Gli dicono che il successore di Andropov sarà Cernenko (72 anni, 16 meno di Pertini) e sbotta: «E’ ora di finirla con questi vecchi al potere!». A un certo punto, Berlinguer e Andreotti stanno conversando fittamente, e Pertini, con una grappa in pugno, urla: «Mettetevi d’accordo voi due! Non ne posso più di quello là. Qua bisogna rifare la solidarietà nazionale». E D’Alema pensa a quanto staranno fischiando le orecchie di Bettino. D’Alema si pone il problema, attualissimo, dei torti e delle ragioni di Craxi e di Berlinguer, i «duellanti da romanzo di Conrad». «L’errore drammatico di Craxi stava nell’idea di poter fondare decisionismo e governabilità su un risicato 11 per cento. Egli non tentò mai davvero di offrire una prospettiva al Pci né ebbe l’ambizione di essere il demiurgo di una piena legittimazione a governare della maggiore componente della sinistra italiana». E questo errore condannò lo stesso Psi. Dall’altra parte, il segretario del Pci non è un antimoderno. Anzi, alla fine degli anni Settanta percepiì la crisi del rapporto tra i cittadini e la politica, lo Stato, le regole. «Il limite di Berlinguer conclude D’Alema non è quindi nell’incapacità di cogliere la natura della crisi politica istituzionale. Il suo dramma è nella fragilità della risposta». Il ”partitista” D’Alema elogia in Berlinguer la capacità, tuttora attualissima, di avere saputo unire società politica e società civile, le “ragioni” della prima con le “passioni” della seconda. E ancora, D’Alema il politico freddo e calcolatore ha scritto un libro sentimentale. Nel quale il requiem per Berlinguer si unisce al ricordo della scomparsa, in quella stessa primavera-estate del 1984 di Giusy Del Mugnaio, l’amore di D’Alema vent’anni fa. E «si era come spezzato un filo. Eravamo più soli e, improvvisamente, adulti».