Recensione
di Gianni Rondolino, La Stampa, 23/03/2005

Pasolini, il Decameron degli spettri

Partendo da un'osservazione storico-critica che vede nella definizione di «divina» data dal Boccaccio alla Commedia di Dante la glorificazione dell'opera del maestro ma anche la volontà di contrapporle una «commedia terrena», cioè il Decameron, Simone Villani, in questo piccolo intelligente libro, vuole dimostrare come anche Pasolini, filmando alcune novelle del Boccaccio, abbia sentito il bisogno di fare un ulteriore passo, a un tempo stilistico e ideologico, nella medesima direzione, «degradando» ancor più l'oggetto dell'opera. Come un processo di depauperamento formale che vede nell'immagine filmica, nel suo realismo congenito, nella forza del suo linguaggio elementare, il mezzo per rendere i personaggi di Boccaccio, gli ambienti descritti, le storie narrate, la morale sottesa, non soltanto più immediati, quasi palpabili (in un'epoca in cui il Decameron è sempre molto citato ma poco letto), ma anche più legati a una visione dell'uomo e del mondo che in Pasolini, o meglio nell'ultimo Pasolini (la cui opera si concluderà con Petrolio e con Salò o le 120 giornate di Sodoma, due testi per molti versi terribili, in molti punti intollerabili), si andava facendo sempre più nera, priva di speranza. Di qui un'analisi del Decameron pasoliniano che vede in questo film non già l'esaltazione della carnalità felice, del piacere dei sensi, bensì, come scrive Villani, «una storia di spettri, popolata dei fantasmi d'un'umanità trapassata». Che sarà, in altro contesto storico e formale, la rappresentazione negativa di Salò. Il libro, chiaro ed essenziale, è la descrizione di questo cammino artistico, dal progetto iniziale, che vedeva un maggior numero di novelle e quindi più personaggi, ambienti e situazioni, alla realizzazione finale, più breve, forse meno rappresentativa. Ma è proprio lo studio del passaggio dalla pagina allo schermo, delle piccole o grandi modificazioni che Pasolini operò sul testo di Boccaccio, dei tagli o delle varianti che a volte spostano l'accento narrativo o drammatico su nuovi elementi (valga per tutte l'analisi della novella di Andreuccio), a costituire il filo rosso che lega i capitoli di questo lavoro analitico serio e ricco di stimoli critici. Un lavoro che, non concedendo nulla alla facile comparazione dei testi, ma anzi entrando nel merito delle questioni con precisione e acume, si legge in realtà con grande piacere, quasi non fosse, come è, uno studio accademico. Perché il fascino del libro gli deriva innanzi tutto dalla presenza diretta e indiretta dell'opera di Boccaccio e di quella di Pasolini, che Villani conosce molto bene, sicché l'analisi comparativa che egli conduce non fa altro che stimolare il nostro interesse. Col risultato di trasmetterci il desiderio di rileggere il Decameron dell'uno e di rivedere quello dell'altro, magari in una luce interpretativa inconsueta o che non avevamo preso in considerazione.