Recensione
di Giorgio Boatti, La Stampa, 18/09/2004

Lessico famigliare antifascista con coniglio salvia rosmarino

Che per fuoriusciti e esiliati di ogni epoca la vita non sia lastricata di rose e di fiori è noto da tempo. Però, nelle memorie del fuoriuscitismo italiano, un cono d'ombra ha coperto a lungo la quotidianità dell'emigrato politico, nascondendone le difficoltà, gli affetti spezzati, l'incertezza permanente del sopravvivere. Solitamente ha trionfato l'immagine stereotipata dell'oppositore antifascista e del militante comunista tutto d'un pezzo, capace di reprimere con disciplina ogni tratto di fragilità, o meglio, di umanità. C'è voluta la franchezza di Giorgio Amendola, nelle memorie autobiografiche affidate anni fa al libro Un’isola, per ammettere che la più ferrea disciplina bolscevica dei militanti del PCd'I, a Parigi non reggeva «al miraggio di un piatto di tagliatelle alla bolognese». Cucinate da «Bouboule», il ristorante di boulevard Diderot frequentato da tutte le buone forchette italiane, di destra e di sinistra, lì convenute. La stessa franchezza si ritrovava nel libro di Vera Modigliani, Esilio, uscito da Garzanti nel 1946, uno dei primi «carnet de l'exil» del fuoriuscitismo politico italiano in Francia. Testo interessante pur dietro l'esibito cliché di «moglie al seguito» di un marito militante; nel concreto, il fuoriuscito livornese Giuseppe E. Modigliani (1872 - 1947), noto dirigente riformista. Col trascorrere dei decenni sono poi giunte ricostruzioni capaci di scalfire gli stereotipi di una storiografia politica dove i fuoriusciti emergevano sempre come essere superiori. Impermeabili a sentimenti quali nostalgie, gelosie, cedimenti alla voglia di serenità. Su questo filone di ricerca - che restituisce finalmente esseri in carne e ossa e non personaggi da epopea - appare ora da Donzelli il libro di Patrizia Gabrielli, Col freddo nel cuore. Uomini e donne nell’emigrazione antifascista, con nuovi spunti di conoscenza. Francia e Unione Sovietica, le tappe principali dell'emigrazione antifascista, fanno da sfondo alle testimonianze che emergono nelle pagine del libro che, nell'ultimo capitolo, attinge altresì a più di un centinaio di lettere scritte alla famiglia dal giovane Mario Levi. Questa selezione dall'epistolario del fratello di Natalia Ginzburg, fuggito in Francia, è quasi un testo a sé. E fa emergere un mondo che, pur distante, si rifrange in quello di Lessico famigliare. Dalle testimonianze degli altri capitoli emerge un mondo forse più semplice, meno ironico e più indifeso nell'affrontare le bufere del mondo. E tuttavia egualmente vero e umano, pur nel variare delle tonalità che vanno dal buffo al sentimentale al tragico: le varie voci restituiscono un ritratto dell'emigrazione politica dove non c'è spazio per monumentalismi né per epici autobiografismi. Ci sono, invece, umanissimi nasi: quelli delle militanti che, giunte in Unione Sovietica e incredule di quel che si dice sulle rigidissime temperature russe (che siano anche quelle calunnie antistaliniane?), se ne escono per strada portando «il naso in giro sfacciatamente scoperto credendo che le storie dei nasi congelati fossero della favole ad uso dei bambini per trattenerli in casa». Ma a 42 gradi sotto zero c'è poco da scherzare: «Dopo due minuti che ero sulla strada - scrive Felicita Ferrero da Mosca, nell'ottobre del 1940 - due mi fermarono per dirmi che avevo il naso tutto bianco. Era un principio di congelamento». Nelle lettere si esprimono desideri semplici e rivelatori. Alcuni triestini approdati a Parigi rimpiangono il sapore delle «frittole» di casa mentre Aladino Bibolotti chiede ai famigliari di «mandare nelle lettere un paio di foglie di rosmarino e salvia perché voglio mangiare coniglio con rosmarino e finocchio per le braciole di maiale». In altri missive emergono sogni belli e tristissimi, che vanno a presagire quello che accadrà davvero. E' il caso del sogno che la torinese Clementina Perrone racconta nel 1937, in una lettera al marito Giovanni Parodi, militante storico del PCd'I anche lui emigrato in Urss e da cui la donna è stata separata: «Ti ho sognato. Eravamo nella nostra casetta in Crimea. Te la ricordi, Nino? Siamo andati a fare il bagno al mare. Come l'ultimo dei nostri giorni in Crimea. Un'ondata mi ha trascinata lontano lontano. Io ho urlato il tuo nome con tutta la mia disperazione. Tu eri sulla riva. T’allontanavi tranquillo verso casa». Nel 1938 Clementina Perrone, che era giunta in Urss nel 1923, viene arrestata. Finisce deportata nel gulag di Karaganda. Liberata dopo diversi anni finisce ancora condannata all'esilio in Siberia. Da qui, utilizzando ogni pezzetto di carta, a volte il retro delle etichette delle conserve di pesce, scrive lettere alla figlia che ha lasciato piccolissima in Italia. Solo nel 1958 riesce a tornare in Italia dove rivede la figlia e incontra dopo tanti anni di distacco «Giovanni Parodi, il quale, non avendo più ricevuto sue notizie e credendola ormai morta, si era risposato». Sogni, gelosie, spiazzamenti anche da parte di provati militanti che sono stati ammessi a selezionate Accademie di partito e che, tornati in Italia a coordinare il lavoro cospirativo, cadranno sotto le torture dell'Ovra. E' il caso di Gastone Sozzi che in una lettera alla fidanzata Norma Balelli nel febbraio 1924 scrive: «Come è difficile abituarsi alle donne russe! La donna russa è un diavolo con cui è necessario fare i conti. E' libera, vuole essere libera e nessuno può imporle la propria volontà». Spesso, le lettere contengono fotografie. Rappresentano i volti delle persone care. Immagini che vengono scrutate con implacabile attenzione, quasi a rintracciare nei tratti mutati i segni delle traversie che le parole non dicono. Ester Capponi, dopo aver ricevuto dal marito Orfeo, emigrato a Mosca, una sua foto, non ha dubbi ad esprimere - con perentoria durezza - la sua impressione: «Ed eccomi alla fotografia: senti caro, di peggio, non potevo aspettarmi. Altro che grasso, fresco, giovane. Voglio sperare che in questi quattro mesi tu abbia davvero cambiato aspetto. Anche zio non ne vuole sapere di tenere una simile fotografia che sembra di un condannato a morte. Noi pensiamo che avresti dovuto mandarcene una migliore, quindi sbrigati a farmi cancellare dalla mente una così triste immagine». A Mosca le purghe staliniane stanno per cominciare ma, a Bologna, non lo sanno.