Recensione
di Antonio Carioti, Il Corriere della Sera, 22/07/2004

Cara Natalia, attenta. Evita i temi da tragedia greca

«La tua novella mi è piaciuta solo nella prima parte, la seconda parte è un po’ forzata e quasi di maniera anche prima di arrivare alla scena, abbastanza inaspettata, della fine». Cominciava così il primo giudizio critico di un lettore sull'esordio in campo narrativo della diciottenne Natalia Levi, più tardi nota come scrittrice con il cognome del primo marito, Leone Ginzburg. A esprimersi era il fratello dell’autrice, Mario, in una lettera inviata nel maggio 1935 dalla Francia, dove era stato costretto a rifugiarsi per la sua attività antifascista. A riportare alla luce l'episodio ha provveduto Patrizia Gabrielli, attraverso un minuzioso lavoro di scavo nella corrispondenza degli oppositori in esilio intercettata dalla polizia: ne è scaturito il volume Col freddo nel cuore (Donzelli), che indaga sull'emigrazione antifascista non come fenomeno politico, ma come esperienza umana. Niente proclami, manifestazioni, congressi e polemiche, in queste pagine. Alla ribalta salgono invece figure maschili e femminili, con il loro difficile vissuto quotidiano, fatto senza dubbio di passione civile, ma anche di amore, rabbia, ansia, speranza, paura, fatica. Di tutti i sentimenti che animano l'esistenza di ciascun individuo. Mario Levi non fa eccezione. Militante di Giustizia e Libertà a Torino, passa la frontiera a nuoto, nel marzo 1934, per sfuggire all'arresto durante uno sfortunato tentativo di portare in Italia, dalla Svizzera, del materiale propagandistico. Inizialmente trova riparo a Parigi, quindi si trasferisce nel piccolo centro di Courpière, dove si guadagna la vita come insegnante. Dalla Francia intrattiene con i suoi cari un fitto scambio epistolare, in cui affiorano, come nota la Gabrielli, alcuni motivi che poi saranno svolti magistralmente da Natalia Ginzburg nel libro Lessico famigliare . C'è grande affetto tra il giovane ebreo fuoriuscito e i genitori, compreso il severo padre Giuseppe, cattedratico di Medicina, che non esita a confidargli le sue disillusioni di studioso. Più volte nelle lettere di Mario si manifesta la sofferenza della separazione, che le brevi visite dei parenti, fortemente agognate, riescono solo in parte a lenire. Anche quando, in epoca di sanzioni economiche contro l'Italia fascista, ironizza sul fatto che per fortuna «le madri non sono ancora tra gli articoli di cui è proibito lo scambio internazionale», dalle sue parole traspare un filo di amarezza. Al tempo stesso l'esule avverte il rimorso per il dolore provocato ai genitori con la sua condotta: giunge fino al punto di autodefinirsi «rovina della famiglia», pur ostentando una certa ostilità verso l'istituzione familiare, «che è veramente - scrive - la più pestifera che si possa immaginare, dal tempo in cui quel mascalzone del vecchio padre Eterno degli Ebrei ha messo di moda le maledizioni sino alla "settima generazione"». Interlocutrice privilegiata di Mario è senza dubbio la sorella Natalia, la più giovane della famiglia, alla quale confida i suoi sentimenti più intimi, sia pure con un filo di pudore. Quando parla della sua relazione con una giovane danese di nome Nina, sembra quasi incredulo e imbarazzato per l'intensità della passione che ha acceso in lei: «Non mi era mai accaduto di esercitare su di una persona una influenza così sostanziale e profonda. Probabilmente - anzi certamente - nessuna ragazza era mai stata innamorata di me come lo è questa». Natalia invece dichiara di non essere innamorata, ma poche righe dopo si capisce che in cima ai suoi pensieri c'è un uomo, il futuro sposo: «L'altra notte ho sognato Leone. Era tornato ed era molto allegro». La prosa della ragazza procede per frasi brevi, quasi sincopate, ma non riesce a celare la soddisfazione per il primo riconoscimento ottenuto come narratrice: «Mi hanno pubblicato una novella sul Lavoro come vedi. Me la pagheranno cento lire. Mi piacerebbe comprarmi un vestito. Sono i primi denari che guadagno». Il fratello non lesina le osservazioni critiche sui racconti di Natalia («mi pare che una certa delicatezza con cui scrivi si adatti male alla tragedia greca»), ma in realtà è molto orgoglioso di lei, del suo talento e della sua personalità spiccata, che la porta a distaccarsi «con energia veramente notevole da quelli che sono i vizi originali dell'educazione di una "signorina" borghese!». Mario detesta il perbenismo ed è irrequieto anche dal punto di vista politico. Con gli amici del cuore Renzo Giua (poi caduto nella guerra di Spagna) e Nicola Chiaromonte (più tardi animatore con Ignazio Silone della rivista Tempo presente ) lascia Giustizia e Libertà nel 1936. Invece Natalia, dopo le nozze con Ginzburg, si trova a sua volta coinvolta nelle conseguenze della lotta antifascista, perché il marito (futuro martire della Resistenza nei ranghi del Partito d’Azione) nel 1940 viene assegnato al domicilio coatto, dove lei lo segue, a Pizzoli, in provincia dell’Aquila: da quell’esperienza scaturirà il breve scritto Inverno in Abruzzo . Nel frattempo sul padre Giuseppe era caduta la mannaia delle leggi razziali, che lo costrinsero a lasciare l’insegnamento e a trasferirsi in Belgio. E anche gli altri due figli maschi, Gino e Alberto, avevano avuto guai con il regime. Proprio alle disavventure di Alberto, inviato al confino in Lucania, Mario Levi dedica, in una lettera ai genitori, un commento che riflette, come meglio non si potrebbe, lo spirito gobettiano di un certo antifascismo torinese: «Si vede - scrive riferendosi al fratello - che la vita che faceva e l’avvenire che gli si apriva non lo interessavano particolarmente. E non si può fargliene una colpa. Si dice che l’uomo è nato per lavorare ed è una grande sciocchezza. L’uomo è nato per vivere e nella vita c’entra naturalmente anche il lavoro, l’ambizione, la speranza di guadagnare, l’ansia del lusso ecc. Ma se l’uomo è ridotto a non chiedere alla vita altro che una certa "sicurezza" (implicita nella sistemazione) tanto vale gettarsi dal quinto piano».