Recensione
di Cristina Marcuzzo, Il Sole 24ore, 29/08/2004

Lo sviluppo locale come vera risorsa

Si (ri)leggono volentieri questi brevi saggi di Sebastiano Brusco, scritti per “Affari e Finanza” di Repubblica tra il 1995 e il 2000, ora raccolti in un volumetto con un bel titolo. Bastiano (per gli amici) o Bastianino (per quelli più stretti) è stato un economista originale e seduttivo, sia per le sue idee che per la sua personalità. La Facoltà di Economia di Modena –dove ha insegnato dal 1968 alla morte, avvenuta nel 2002- gli ha giustamente intitolato la ricca Biblioteca, che vanta una raccolta di circa 1800 periodici, metà dei quali con annate complete. E’ una realizzazione in cui l’apporto di Brusco è stato determinante ed è oggi anche testimonianza della sua passione per il sapere concreto. Una concretezza che si riflette nelle sue analisi di economista, di studioso delle realtà locali, di ricercatore fantasioso ed entusiasta. Brusco è stato il “campione” delle piccole imprese, anche quando sindacati, governo ed economisti guardavano alla grande impresa come modello di sviluppo e fucina delle trasformazioni sociali. La capacità di alcune di queste imprese –riunite in distretti industriali- di progettare e innovare lo aveva incantato e reso convinto che lì stesse il perno e la leva del sistema produttivo italiano. Scriveva nel 1996: “In Italia nessuno inventa il transistor, né il nailon. Si procede invece per piccoli miglioramenti del prodotto, per modifiche necessarie che rendono il prodotto più gradevole o più funzionale” (pp. 17-8). E spiegava la fortuna dei distretti industriali, che nel 1996 erano responsabili di circa il 35% delle esportazioni italiane, in questo modo: “Le piccole imprese esportano quando lavorano insieme, attivando professionalità diverse e a volta a volta adatte al compito, tutte presenti in tessuti produttivi complessi. Si rafforzano a vicenda quando lavorano su tutta la filiera … Esportano quando conoscono con precisione il mercato, e gli operai hanno la professionalità richiesta per produrre i prodotti giusti. Quando si muovono su prodotti standard, invece, le piccole imprese vengono sconfitte dai bassi costi del lavoro di altri paesi” (p. 35). La sua passione per il dettaglio e il gusto di raccontare storie di vita sono stati ben colti dalla giornalista di Repubblica che lo ricordò su quelle pagine come “un economista che sapeva raccontare”. Guizzano anche tra queste pagine i ritratti di imprenditori e commercianti, gli eredi ideali di Francesco Datini, che sanno tessere la tela delle relazioni mercantili su cui si fonda la forza prorompente del capitalismo. Sardo di nascita, ma emiliano di adozione, Brusco cercava un modo di contagiare il Mezzogiorno con il successo del modello di sviluppo delle regioni italiane a capitalismo “virtuoso”. Scriveva nel 1997: “l’ariete da usare contro l’arretratezza [è] una nuova cultura dello sviluppo locale” (p. 43). Dove “locale” va inteso in contrapposizione all’accentramento burocratico e indica il coinvolgimento della comunità estesa. Di qui il suo favore nei confronti dei patti territoriali, dei centri di servizi reali, dei comprensori: lo ius loci espresso nelle esperienze, bisogni e volontà dei suoi attori. Riteneva che la combinazione giusta di pubblico e di mercato stesse nella possibilità di “industriarsi”, sulla scia della considerazione di Hirschman secondo il quale “una delle difficoltà principali delle aree depresse è ‘l’incapacità dell’uomo comune di vedere l’opportunità di profitto’” (p. 132). E’ la “cultura del progetto”, che Sebastiano Brusco ha insegnato a riconoscere e a valorizzare in tanti esempi concreti.