Recensione
di Annalisa Magone, La Stampa, 07/07/2004

L'arte di industriarsi ha successo solo se ha radici nella cultura

«Un aumento della competitività non si ottiene tagliando le spese per l'istruzione e per la cura delle persone. È vero il contrario. Disprezzare la cultura significa rimuovere la necessità della stessa riproduzione della specie». Si apre così Industriamoci, raccolta di una ventina di scritti dell'economista Sebastiano Brusco, pubblicati fra il 1995 e il 2000, su una varietà di temi che aiutano a capire i problemi dello sviluppo: da Il welfare parte dalla scuola a Non tutto il know how è dei grandi.

Sotto la varietà degli interventi si celano alcuni chiari filoni d'interesse. Anzitutto per i distretti industriali (di cui Brusco è stato uno dei principali studiosi italiani), territori con una radicata tradizione produttiva, in grado di orientare il sistema economico e sociale locale, come con le piastrelle di Sassuolo, la maglieria di Carpi o gli scarponi di Montebelluna, prodotti da imprese non di rado piccolissime che hanno tuttavia dato sostanza al «made in Italy».

La questione di fondo riguarda i settori produttivi emergenti e le politiche più adeguate a sostenerli. Contro tendenza, si mette in guardia dall'ottimismo per i parchi scientifici e tecnologici, in cui concentrare, a mezzo di incentivi, una massa di attività di ricerca applicata, ritenendo che sia sufficiente per fertilizzare un territorio e favorire il passaggio delle soluzioni tecniche dai laboratori di ricerca alla realtà delle imprese e da queste al mercato.

Quando si è cercato di replicare altrove Silicon Valley, i risultati sono stati scarsi: «Gli unici a guadagnarci davvero, dalle iniziative di realizzazione dei parchi tecnologici, sono stati i costruttori, e qualche mediocre docente universitario che ha avuto dagli enti locali quelle risorse che non riusciva ad avere sul mercato internazionale della ricerca». La vera innovazione, suggerisce l'autore, è quella piccola, locale e continua, come mette in luce la storia (felicemente narrata) di Gian Pietro Beghelli, da barbiere di Monteveglio sull’Appennino bolognese a fattorino, a cameriere, oggi produttore di dispositivi di sicurezza (del suo «salvavita» hanno sentito parlare tutti).

Gli interventi sul Mezzogiorno insistono soprattutto sulla carenza di formazione della classe dirigente, negli enti locali ma anche, per esempio, negli istituti di credito. Uno scritto dedicato alla funzione delle banche, come volano per la crescita imprenditoriale, spiega i pericoli del credito concesso sulla base delle garanzie invece che della qualità dei progetti imprenditoriali: soltanto un processo di formazione, collegato a un meccanismo che premi i manager più capaci di valutare le potenzialità dei progetti migliori, può spezzare questo circolo vizioso, conferendo alle banche un ruolo di raccordo fra radici locali e capacità di muoversi nei mercati globali.

In annotazioni apparentemente più leggere, viene quantificato il lavoro domestico (svolto per l'85 per cento dalle donne) per spiegare che, non volendo rinunciare a standard elevati, con «case meno pulite e una cucina familiare scadente», l'unica soluzione economicamente sostenibile è una suddivisione più equa dei carichi fra uomini e donne. È dunque soprattutto un dato di arretratezza culturale diffusa che serpeggia nelle analisi di queste pagine. «Gli economisti hanno spesso classificato anche i Filosofi tra i lavoratori improduttivi.

È invece cruciale riconoscere che i Filosofi sono i funzionari che reggono le sorti della pubblica amministrazione, i giudici che danno giustizia, le maestre che insegnano ai bambini a vivere assieme e a guardarsi attorno con curiosità...I Filosofi non sono "improduttivi", sono "indirettamente produttivi"».