Recensione
di Renata Maderna, Famiglia cristiana, 27/06/2004

Mamma, basta con le paure

L’interrogatorio comincia immancabilmente con: «Hai mangiato?», «Che cosa hai mangiato?», «Perché non hai mangiato la frutta?», «Promettimi che domani mangerai». Niente a che vedere con il piccolo esame quotidiano post-scolastico sul "come è andata a scuola" e "che cosa c’era in mensa". Quando il figlio è in vacanza lontano, i terreni da sondare sono infiniti... A chi sopravvive sino al fatidico ritorno del pullman, atteso per ore sotto il solleone e preso d’assalto da parenti sino al terzo grado, può capitare di provare un tuffo al cuore nel vedere il "principino" ammaccato e sporco come accade nella pubblicità televisiva di un detersivo. Può succedere anche di peggio. Di sentirsi rivolgere la frase di quel bambino che al primo abbraccio diceva alla madre, impaziente di sapere se tutto fosse andato bene: «Sì, sì, ma la prossima volta non ci vado più. Perché quando la sera mi telefonavi mi veniva troppo da piangere». Mamme, sempre loro, degne in ogni caso del banco degli imputati, come ricorda Roberto Volpi in un libro dalla teoria originale e anche provocatoria, a cominciare dal titolo: Liberiamo i bambini. Più figli, meno ansie (Donzelli). «Le mamme d’oggi hanno paura di tutto, dei cattivi, dei pericoli, della città, dell’inquinamento, di tutti i rischi del mondo, dei brutti incontri e delle possibili delusioni. D’altra parte, come tutte le specie in estinzione, i bambini sono sempre più oggetto di azioni di tutela che tendono a rinchiuderli in vere e proprie riserve, lontani dal mondo. Da una parte cresce il desiderio di lasciar fare ai bambini il maggior numero di esperienze per dare loro un serbatoio prezioso per il futuro, dall’altra c’è un’ipervalutazione di rischi e pericoli e una ricerca di certezze e rassicurazioni. A cominciare dalla gravidanza, le donne d’oggi si sottopongono a una quantità esagerata di esami, in alcuni casi non necessari, per un desiderio, spesso illusorio, di garantire il futuro del figlio, che più avanti verrà sottoposto a visite di medici, psicologi e specialisti di ogni genere al minimo sospetto di disturbo. Di bambini si parla solo in termini gravosi e problematici, sia in famiglia sia a livello di amministrazione pubblica. C’è un proliferare di progetti per l’infanzia che talvolta, nell’intento protettivo, rischiano di sopprimere la prerogativa essenziale dell’essere bambini: la libertà di muoversi e di agire fuori dagli schemi precostituiti. Ci sarebbe da chiedersi, ad esempio, perché nelle regioni in cui ci sono più servizi per l’infanzia nascono meno bambini». Sono tesi queste che a qualcuno suoneranno provocatorie, come quando Roberto Volpi, statistico che ha progettato il Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza dell’Istituto degli Innocenti di Firenze, lamentò nel libro I bambini inventati l’esagerata sottolineatura degli abusi sull’infanzia e il conseguente rischio di diffondere un allarme generico e non utile alle vittime. «Quello che invece dovremmo mettere a tema è il problema di quelle fasce sociali che rimangono ai margini, di quei bambini che non accedono alle varie iniziative per problemi economici, ma anche culturali delle famiglie. Si apre sempre più una forbice: da una parte i figli delle madri laureate che lavorano, i quali vanno al nido, all’asilo, frequentano corsi di ogni genere e hanno mille opportunità, e dall’altra i bambini che non possono vivere niente di simile, e magari non hanno il posto al nido perché la madre non lavora, e in più devono fare i conti con la frustrazione di essere tagliati fuori. Bisogna cambiare decisamente le politiche a favore di chi ha figli e di chi li vuole fare».