Recensione
di Paolo Franchi, Il Corriere della Sera, 21/05/2004

Giornalisti politici al tempo dei diktat

«Da oggi ognuno è più libero». L' Avanti! salutò con questo titolo, nel '63, il primo governo organico di centro-sinistra. Avendosene in cambio, più ancora che pesanti ironie, lazzi e frizzi in quantità industriale. Si trattava, invece, di un titolo magari un po' enfatico, ma sicuramente molto lucido. E anche profetico. Perché, quarant'anni dopo, ha ancora senso discutere sulle riforme e il riformismo del centro-sinistra (quello storico); non sull'effetto liberatorio che, nei più diversi ambiti della vita civile, ebbe, con il centro-sinistra, la fine, per nulla scontata, e non indolore, dell'Italia centrista. Ce lo ricorda (e fa bene) Guido Crainz, nella sua bella postfazione ai «Millecinquecento lettori» di Enzo Forcella, le «Confessioni di un giornalista politico» comparse per la prima volta nel '59 su Tempo Presente di Nicola Chiaromonte e Ignazio Silone, di cui ha curato, per Donzelli, la nuova edizione. In quasi cinquant'anni, questo lucido, e anche malinconico, pamphlet di Forcella ha fatto in tempo a diventare, com'era giusto, famoso. Ed è riuscito, cosa rara, a restare attuale, in stagioni diverse, e per diverse generazioni di giornalisti, politici e non solo. Valentino Parlato ha detto addirittura che «dovrebbe essere il breviario da dare in lettura obbligatoria» ai colleghi più giovani. Mi associo: non disponendo di poteri coercitivi, però, posso solo suggerire di leggerlo. A chi ha fatto, fa o ha in animo di fare il mio stesso mestiere, si capisce. Ma anche a chi voglia sapere qualcosa di più dell'Italia alla fine degli anni Cinquanta, e magari capire se è proprio vero che l' Avanti! aveva ragione. Per esempio. Cosa capitava nei giornali (informazione e comunicazione politiche in tv, all'epoca, non facevano notizia) tra il '59 e il '60? Questo libro (il pamphlet di Forcella, la prefazione e la postfazione di Crainz) ci segnala tre casi interessanti. Forse emblematici. Il primo, ovviamente, è quello da cui nasce la riflessione sui «millecinquecento lettori» della nota politica, insomma il caso di Forcella. Che è lo stimato notista di un grande giornale, La Stampa , e ha un rapporto difficile con un grande direttore, Giulio De Benedetti. Il centro-sinistra è già in gestazione, c'è grande attesa per il congresso socialista di Napoli. Forcella, che lo segue per il suo giornale, scrive tre commenti, tutti favorevoli: il direttore non ne pubblica nessuno, anche perché La Stampa sostiene Giuseppe Saragat, e il leader socialdemocratico ha tutto l'interesse a sostenere che la marcia autonomista di Pietro Nenni è troppo lenta, impacciata, contraddittoria. Ne nasce una controversia che, dopo una lunga trattativa con l'amministrazione, si concluderà con la «risoluzione consensuale» del rapporto di lavoro. Dopo il congresso socialista, cade il governo Fanfani (Dc-Psdi) e gli succede un monocolore guidato da Antonio Segni. E' proprio Segni (ed eccoci al secondo caso) a provvedere in prima persona al licenziamento di Gaetano Baldacci, direttore del Giorno , il quotidiano dell'Eni di Enrico Mattei, favorevole in Italia all'apertura a sinistra e in politica internazionale non abbastanza atlantico. Per il terzo caso, basta aspettare pochi mesi, l'estate del '60. Stavolta tocca ad Enzo Biagi lasciare la direzione di Epoca , che dirige dal ’53, per un editoriale sui sanguinosi fatti del luglio, dieci poveri inutili morti. Chi vuole, può azzardare paragoni con i nostri giorni. In ogni caso, non è necessario serbare un ricordo tutto in rosa dei «fantastici» anni Sessanta italiani, che tutti rosa davvero non furono, neanche nei giornali e in tv, per prendere atto che l' Avanti! ci aveva azzeccato.