Recensione
di Marco Belpoliti, La Stampa, 28/08/2004

Elogio del falso, da Leopardi a Borges

Ha scritto il filosofo Hans Blumenberg che «l'invenzione è l'atto più significativo del mondo moderno». Invenzione e creatività sono le parole magiche del contemporaneo. Essere creativi è oggi ritenuto un dovere, non solo sociale, ma anche individuale. E peggio per chi non riesce ad esserlo! Il culto dell'invenzione è praticato a vari livelli, a partire dall'arte e dalla letteratura, dato che esse sono oggi il campo in cui si sperimenta sempre più frequentemente l'orizzonte futuro dell'intera società. Di più: le pratiche sociali, comprese quelle economiche e politiche, traggono alimento dal mondo stesso dell'arte, dalla sua creatività, che saccheggiano in continuazione, senza tuttavia porre alcuna attenzione ai problemi che la pratica dell'invenzione suscita in quegli ambiti. Le cose non sono infatti così semplici e scontate come sembrano. In un libro di grande intelligenza e sottigliezza, La potenza del falso, Arturo Mazzarella, studioso di teoria letteraria, affronta alcuni dei nodi decisivi dell'attività inventiva in ambito letterario, e non solo. Lo fa ripercorrendo l'opera di tre fondamentali pensatori e scrittori della modernità: Novalis, autore dei "frammenti", Leopardi, scrittore dello Zibaldone, Valéry, estensore dei Cahiers. Mazzarella indaga quella zona opaca che circonda la stessa idea di invenzione: la finzione. Come scrive nella prefazione, il processo inventivo non può dispiegare pienamente le sue possibilità dal momento che la libertà vagheggiata dalla scrittura - l'invenzione libera e non condizionata - per potersi esprimere deve necessariamente appoggiarsi sulla mediazione di una catena di schemi rappresentativi, i quali non appartengono mai alla realtà, ma solo e sempre al sistema delle immagini, alle traduzioni linguistiche di eventi. Detto altrimenti, il linguaggio è il filtro attraverso cui transita l'invenzione che non è mai pura e trasparente, ma si realizza sempre attraverso finzioni. Wittgenstein nel Tractatus lo ha detto con una evidenza inusitata attraverso un fulminante aforisma: «I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo». La letteratura - ma anche l'arte - si dibatte in questo groppo. E' per questa ragione che un autore come Borges è così centrale nella definizione moderna dell'idea stessa di letteratura. I racconti filosofici delle sue Fictiones segnano un punto di non ritorno nella definizione dell'opera letteraria contemporanea, e il suo percorso di scrittore che si "finge" autore di un'opera inesistente per diventare egli stesso autore, altamente paradigmatico. Il merito del libro di Mazzarella è quello di svolgere questi temi utilizzando tre autori di cui traccia anche un esemplare ritratto, così che il libro, oltre che un testo sulla teoria della letteratura, diventa anche un'originale lettura dell'opera di Novalis, Leopardi e Valéry. In particolare, le pagine dedicate al poeta-filosofo francese sono tra le più belle del volume che definisce via via la genealogia del moderno. Lo scopo di questo percorso è quello di riaffermare il valore conoscitivo della letteratura oggi ridotta sempre più spesso a sistema di intrattenimento, quando non a pura merce nel grande mercato dei segni. La letteratura, ci ricorda con forza Mazzarella, che ne esplora i recessi, dal sogno alle illusioni, dalla favola al falso, è capace di pensare il mondo e non solo di rappresentarlo. La sua capacità inventiva risiede nelle sue stesse aporie, nel fatto che per raccontare la realtà così com'è, occorre accedere a un livello plausibile di finzione. Ma cos'è in definitiva la "finzione"? È il modo con cui la letteratura autorizza se stessa a parlare della realtà. Così facendo il racconto e il romanzo, la poesia e il saggio, deformano la realtà stessa, la realizzano secondo un principio per cui è la finzione a produrre il reale, e non viceversa, come ci insegnano il poema di Ariosto e i racconti di Perrault, Don Chisciotte e L'educazione sentimentale. E' di libri di teoria come questo che abbiamo bisogno oggi che la critica letteraria si è ridotta ad essere il megafono del mercato letterario o, al suo contrario, la polemica gratuita e spregiudicata in cui basta assumere il ruolo di angelo sterminatore per cucirsi sulla giacca le mostrine di critici militanti e credere, in buona o cattiva fede, non importa, di aver detto qualcosa di trasgressivo.