Recensione
di Antonio Saccone, Il Mattino, 02/07/2004

Quando la realtà è un’illusione che viene rivelata dalla potenza del falso

Attraverso l’ineluttabile «potenza del falso», identificata da Nietzsche come uno dei principi costitutivi dell’intera realtà, le scritture della modernità hanno verificato che l’unica modalità per raccontare il mondo è sottoporlo ad una radicale, deformante falsificazione. I vertici indiscutibili della letteratura novecentesca, Pirandello, Musil, Kafka, Gadda fino a Borges e Calvino, hanno sperimentato, coniugando acuminate elaborazioni teoriche e straordinarie capacità inventive, la necessità della menzogna, la funzione «costruttiva» da essa assolta. E hanno ovviamente costretto gli esegeti più avvertiti a rideclinare in modi più ampi e complessi il valore semantico di un termine quale «finzione», a non considerarlo come semplice sinonimo di «verità». Sulla crucialità della questione si erano già interrogati alcuni grandi autori della fine del Settecento e del primo Ottocento, in particolare Leopardi e Novalis, con una lucidissima tensione argomentativa ed espressiva ripresa nel primo Novecento da Paul Valéry. Sulla monumentale testimonianza intellettuale offerta da alcune delle loro più vertiginose opere (lo Zibaldone, i Frammenti, i Cahiers) si sofferma un recente, suggestivo libro di Arturo Mazzarella, comparatista all’Università di Roma Tre, studioso, tra l’altro, di D’Annunzio, Hofmannsthal, Musil. L’indagine, intitolata La potenza del falso. Illusione, favola e sogno nella modernità letteraria (Donzelli), investiga gli irripetibili itinerari tracciati da quei testi, che «si presentano come opere-mondo non solo per la loro intrinseca complessità, ma anche per l’evidente capacità di ricapitolare gli itinerari più diversi, ricongiungendoli in un centro ideale: nel quale la creazione letteraria, deposti i suoi furori vaticinanti, esibisce coraggiosamente - senza alibi e pudori - l’insopprimibile falsità che la incalza da ogni lato». Seguendo le prospettive antropologiche, oltre che letterarie, formalizzate tanto da Novalis e Leopardi quanto da Valéry, è possibile addentrarsi in una molteplicità di territori: da Hoffmann a Poe, da Baudelaire a Mallarmé. Si tratta di perlustrazioni che implicano una profonda riconsiderazione della teoria estetica della finzione. Mazzarella non occulta la profonda diversità dei tre autori presi in esame: «l’idealismo magico» di Novalis è del tutto antitetico allo strenuo materialismo leopardiano. Dal canto suo Valéry sottoporrà ad un’estrema destituzione le categorie di idealismo e di materialismo, sottolineandone la convenzionalità terminologica. Eppure, malgrado muovano da interessi distanti, Novalis, Leopardi e Valéry condividono l’identica aspirazione a riattivare la formidabile funzione conoscitiva che governa e anima intimamente l’esercizio letterario. Conoscenza della realtà ma anche consapevolezza che «il processo di formazione della realtà si congiunge puntualmente con la deformazione della realta medesima. Non si danno alternative: i due termini compongono un’endiadi, non un ossimoro».