Recensione
di Claudio Gorlier, La Stampa, 27/06/2004

L'identikit dei canoni a stelle e strisce

Dalla Capanna dello zio Tom a Il giovane Holden, da Mark Twain e Melville a Don DeLillo e - perché no? - a Bruce Springsteen: esiste una complessa rete di «canoni» nella cultura, come nella storia, degli Stati Uniti. Si tratta non già di classificarli, o di banalizzarli, o di glorificarli o, all’opposto, di rifiutarli. Conviene indagarli o approfondirli, e per farlo si richiede uno studioso preparato, il meno accademico possibile e libero da condizionamenti. Ho virtualmente tracciato il ritratto di Alessandro Portelli, americanista alla Sapienza di Roma, apprezzato meritatamente negli Stati Uniti. Questo Canoni americani raccoglie, in parte rielaborandoli, contributi apparsi sul Manifesto, di cui Portelli è assiduo collaboratore e, sia detto senza malizia da parte di un lettore partecipe, immune da quel tanto di iniziatico o cifrato di altri e pur validissimi collaboratori, specie di Alias, il supplemento culturale. Vorrei indugiare in particolare sulla Prefazione, scritta appositamente per questo libro, nella quale con ammirevole capacità di sintesi e raro acume Portelli mette a fuoco i termini del problema, toccando, come avverte il sottotitolo, oralità, letteratura, cinema, musica. Si veda, ad esempio, il problema di fondo del rapporto tra oralità e scrittura, con il paragone tra la nascita di un linguaggio che si rifà al dialetto, a partire da Mark Twain, e l’impossibilità dichiarata, da parte di Ignazio Silone, di fare altrettanto in Fontamara. Benvenuta l’«ossessione», dichiarata da Portelli, di scavare nella molteplicità dei canoni, «gli intrecci, le contaminazioni, i conflitti». Si tratta, in altri termini, e posto che la letteratura americana «reca il segno inconfondibile delle sue fondazioni democratiche», di «esplorare con l’aiuto dei libri i suoi dilemmi antichi e le sue tragedie presenti». Ecco, tanto per fare un esempio, il sottile confronto tra due firme in apparenza distanti, come Huckleberry Finn nel romanzo di Mark Twain e Ishmael in Moby Dick di Melville, due personaggi che «si raccontano» e raccontano. Nel Novecento, leggete le pagine su Steinbeck e su Salinger: nel primo, la famiglia come «mediazione, tra natura e cultura, fra spazio privato e spazio sociale, fra egoismo e altruismo; nel secondo, Holden «preso fra il mondo fasullo degli adulti e la purezza fragile dei bambini». Qui Portelli inserisce un discorso sulla musica, tra l’altro con una sottile, originale notazione - non stupitevi - su Elvis Presley e la sua matrice popolare, che sostanzia «la sua autentica grandezza». Il passo è breve per arrivare a Springsteen, di cui condivido l’ammirazione di Portelli, io che sono vissuto a Nashville, Tennessee. Il passo è breve per giungere agli africano-americani, sui quali Portelli è una riconosciuta autorità. La quarta di copertina del volume rimanda alla memorabile immagine pavesiana sull’America «gigantesco teatro» dove viene recitato «il dramma di tutti». Portelli ci aiuta brillantemente a capire in che termini, più che mai, in quel teatro occupiamo, anche noi, un posto.