Recensione
di Angelo d'Orsi, La Stampa, 20/03/2004

La globalizzazione ha radici lontane tra Sédan e Sarajevo

Globalizzazione: parola magica che corre su tutte le bocche, chiave universale per aprire tutte le porte, paradiso per gli uni, inferno per gli altri. La parola la usiamo da qualche tempo (il suo primo impiego risale agli anni Ottanta, ma il suo boom è dei tardi anni Novanta); ma il processo cui si riferisce non è cominciato oggi, né ieri. Ce lo ricorda un utile libretto di Carlo Fumian, ricchissimo (e ahimé ridondante!) di erudizione, temperata da una felice verve comunicativa. Con un certo gusto della provocazione, l'autore mette in campo un'enorme quantità di materiali disparati, tratti dai magazzini della storia economica, politica, delle idee e dell'immaginario, per farci capire che la planetarizzazione viene di lontano. Fumian propone due date emblematiche, il 1870, ossia la sconfitta dei francesi a Sedan, contro i Prussiani; e il 1914, i colpi di rivoltella di Sarajevo, da cui scaturì la Grande Guerra. Entro quegli estremi cronologici - che definiscono quella che si chiama di regola "l'età dell'imperialismo" - si collocano fenomeni di varia natura e dimensione, tutti però capaci di mettere in moto, almeno nei suoi inizi, un meccanismo di globalizzazione "ante litteram". Secondo l'autore, spesso polemico verso le risacche storiografiche dalle quali riceviamo luoghi comuni bisognosi di verifiche, "revisioni", correzioni e talora rovesciamenti, il mezzo secolo antecedente la Prima Guerra Mondiale, è un periodo sostanzialmente organico, nel quale crisi e sviluppo, stagnazione e ripresa, militarismo e antimilitarismo, sforzi di cooperazione internazionale e rigurgiti di razzismo (ivi compreso il nuovo antisemitismo politico ed etnico che si presenta sulla scena sul finire degli anni Settanta), sogni di innovazione e perpetuarsi di tradizioni… si sono giustapposti, contraddetti e hanno trovato una sorta di olistica composizione, nel segno appunto di una planetarizzazione dei rapporti fra le società umane. Finanziarizzazione dell'economia e nuovi "take off" industriali, conflitti militari e scontri ideologici, tentativi di creare lingue universali (dal mitico "Volapük" al ben noto Esperanto, che ebbe poi la sua versione "semplificata" nell' "IDO", sino al "Latino sine Flexione", inventato dal grande matematico piemontese Giuseppe Peano)… tutto questo e molto altro ci parlano del costituirsi faticoso, spesso drammatico, talora addirittura tragico di una società globale, in cui le interrelazioni economiche, politiche e culturali sono ben più forti di quanto generalmente abbiamo imparato un po' pigramente o di quel che non si possa sospettare da una visione storica puramente ed esteriormente "politica". Associazioni politiche, economiche, culturali, linguistiche, religiose, sportive… sono il segno di un generale sommovimento del mondo che sembra andare alla ricerca di una propria capacità di pensare e di parlare all'unisono, o comunque di stabilire vie di contatto e di collegamento da un emisfero all'altro, da un continente all'altro: ma "un mondo interconnesso e concorrenziale è un mondo litigioso", e a dispetto delle associazioni pacifiste, dell'enorme ricorso allo strumento degli arbitrati internazionali, tanto in ambito politico-diplomatico, quanto economico-commerciale, la società planetarizzata passò da una guerra tutto sommato locale, per quanto importante (il conflitto franco-prussiano) a una guerra addirittura mondiale. Il che sembra avvalorare, nell'irresistibile gioco delle analogie, i nostri timori che anche la presente globalizzazione, archiviata la sua fase "soft", e imboccata quella "hard", sfoci in una guerra globale e infinita. O è già accaduto?