Recensione
di Giovanni Belardelli, Il Corriere della Sera, 24/07/2004

Qunado il nemico diventa un demonio

Nulla, forse, come la demonizzazione del nemico, rappresentato nei termini di un essere bestiale, testimonia più efficacemente quanto l' opinione pubblica di tutti i Paesi coinvolti nella Prima guerra mondiale fosse permeata da un' aggressività diffusa, che avrebbe condizionato la storia europea successiva. Il fenomeno è stato ampiamente studiato, e tuttavia desta egualmente una certa impressione leggere in un recente libro di Angelo Ventrone quel che allora si scrisse in Italia a proposito dei tedeschi, assurti al rango di nemici per antonomasia (nonostante l' esercito italiano, nella concreta realtà della guerra, si trovasse per lo più di fronte le sole truppe austriache). La demonizzazione della Germania si alimentava dell' idea che in quel Paese si concentrassero tutti i difetti di una modernità disumanizzante, nella quale l' individuo scompariva e si annullava nella massa; contemporaneamente i valori dello spirito erano condannati a soccombere di fronte al «basso calcolo utilitario» e alla «divorante ingordigia di ricchezze». Così la sconfitta della Germania, per come se la rappresentavano molti interventisti, costituiva l' occasione per il rinnovamento morale dell' intera vita italiana, coincideva niente meno che con la rivincita dello «spirito» sulla «materia». Ai tedeschi la stampa italiana imputava ogni crudeltà, come il lancio dagli aerei di caramelle avvelenate per i bambini o l' accanimento dei loro medici a danno dei nemici feriti. Venivano raffigurati come esseri intrinsecamente repellenti perfino da morti: i nostri soldati, passando vicino ai corpi dei nemici caduti, «sentivano salire da essi il puzzo del vino bevuto. Ogni cadavere era una fetida otre». C' era anche chi credeva di poter fondare su dati scientifici la «follia sanguinaria distruggitrice» delle truppe tedesche: sarebbe stato lo sviluppo sproporzionato dell' apparato digerente, connaturato a quel popolo, a influenzarne «sinistramente» le stesse manifestazioni psichiche. Si può ben dire insomma che ai tedeschi venisse allora imputato di tutto, compresa la abominevole pratica di conciare la pelle dei cadaveri per farne portafogli: un prodotto «assai morbido, quasi vellutato», secondo quel che scrisse La Domenica del Corriere. La loro brutalità e la loro ferocia, ineliminabili perché attribuite ai caratteri fondamentali della «razza» germanica, servivano poi a invocare una reazione di difesa non meno feroce. Nel 1915 fu addirittura il vescovo di Londra che incitò a «sterminare i tedeschi», specificando per maggiore chiarezza che si trattava di «uccidere i buoni come i cattivi, i vecchi come i giovani». E un esempio del genere mostra a sufficienza come la raffigurazione del nemico in chiave demoniaca non fosse certo un fenomeno solamente italiano.