Recensione
di Paolo Cassetta, Il Manifesto, 24/03/2004

Un sapiente ma opaco artigiano del rimedio

C'è posto per Machiavelli nella sinistra contemporanea? C'è spazio per il suo pensiero acuto e tagliente, oppure il progetto della virtù «estraordinaria» del Principe può suscitare solo repulsione? «Non averlo letto, ma considerarlo uno scellerato», ironizzava Flaubert alla voce omonima del suo Dictionnaire des idées reçues. E a ben vedere è lì che siamo tornati, se è vero che, dopo i fasti gramsciani del dopoguerra, sono rimasti unicamente gli specialisti ad occuparsi di Machiavelli, mentre i movimenti sociali lo nominano inorriditi, e i professionisti della politica lo confondono con Tigellino. Ma il «Segretario fiorentino» non può essere liquidato come la comoda anima nera del Moderno. A ricordarcelo è Giulio Ferroni, il quale, già autore di studi dedicati al teatro e all'epistolario machiavelliani, nel suo recente Machiavelli, o dell'incertezza (Donzelli, pp. 153, € 12,80) riprende il filo di antichi interessi per opporsi a stereotipi vecchi e nuovi, e avanzare una tesi a dire poco originale.

Machiavelli, scrive Ferroni, ha sofferto e continua a soffrire di numerosi fraintendimenti, tutti variamente tesi a interpretarlo come il crudo teorico dell'azione politica spregiudicata ed efficace. Tanto a destra quanto a sinistra, la sua opera ha fornito la base per la Realpolitik del XX secolo. Tanto nello storicismo crociano quanto nell'operaismo italiano degli anni `60 e `70, la sua nozione di virtù ha ispirato una idea di autonomia della politica (e del politico), esonerando il pensiero dalla dimensione della responsabilità morale. In realtà, osserva Ferroni, Machiavelli va sottratto all'impulso quasi irresistibile di attualizzarlo in funzione dell'interesse politico del momento. Solo in questo modo la sua opera può essere riscoperta e rivalutata, emancipandola fra l'altro da una visione convenzionale del Rinascimento, incensato troppo spesso come patria dell'umanesimo, e indagato assai meno quale territorio accidentato di una ragione inquieta, cosciente delle sfide ingaggiate almeno tanto quanto dei suoi limiti.

Il Machiavelli di Ferroni, dunque, è innanzitutto il politico sconfitto, l'analista degli errori e delle illusioni, lo scrittore che compone le grandi opere post res perditas, con la esatta sensazione che un intero mondo (quello «equilibrato» di Lorenzo il Magnifico) sia in disfacimento sotto l'urto della realtà minacciosa incarnata dalle grandi monarchie nazionali del Cinquecento. Questo Machiavelli è un pensatore della contraddizione, afferma Ferroni. E le sue massime sono essenzialmente derivate dal vitale e anti-dogmatico «sapere pratico» fiorentino, che, intriso di naturalismo e disincanto, guarda in faccia la realtà anche a prezzo di dichiarare immutabile la natura umana. Il XXV capitolo del Principe, anticipato radicalmente dai Ghiribizzi del 1506, mette ad esempio a tema il rapporto fra virtù e fortuna impostandolo in dramma - l'impossibilità di mutare le caratteristiche «impetuose» o «respettive» della virtù col mutare dei tempi - e risolvendolo in volontà - meglio l'«impeto» del «rispetto», com'è noto. Ma questa soluzione appare sgradita a Ferroni. Gli sembra regressiva, in quanto ispirata alla metafora della fortuna-donna che va «battuta» e «urtata», «volendola tener sotto». Gli suona pericolosa, perché svincolata dal ragionamento autocosciente, e proveniente a Machiavelli «dalla più cieca mitologia collettiva e dalla reale violenza dei rapporti tra i sessi». Ferroni non si nasconde dietro al dito, e scrive, con buona pace del moderno principe togliattiano, che qui «la politica evapora nel mito, ma non certo nel mito carico di funzione sociale cui pensava Gramsci». È un'altra, allora, la possibilità di valorizzazione contemporanea del Machiavelli. Dal suo acuto sentimento dell'imprevedibilità del reale, sarebbe enucleabile una «antropologia del rimedio», capace di dar conto del cimento politico nell'epoca caotica e fallibile del dopo-Novecento. Dalla sua trattazione della transitorietà dei corpi politici, sarebbe ricavabile un «ritorno ai principi», corrispondente alla «purgazione» di una ecologia politica volta ad abbassare le pretese umanistiche, e a coglierne il risvolto potenzialmente totalitario.

Ferroni, innamorato (giustamente) della prosa machiavelliana, non può però relegare Machiavelli nell'inferno del Moderno, e preferisce proporlo come uno Hans Jonas ante litteram, sfiorando quella stessa confusione culturale che, per il resto, stigmatizza.

Come mai? Giulio Ferroni lavora da anni a una idea di «condizione postuma» che dovrebbe elaborare il necessario sentimento del «dopo», senza per questo slittare nell'arrogante disinvoltura del postmoderno. La sua lettura di Machiavelli vuole essere un esercizio di questo tipo, e in tale senso polemizza con Toni Negri, che in Impero svolgerebbe riflessioni machiavelliane il cui «minaccioso narcisismo» non meriterebbe commenti. Ma, ammesso che la linea Machiavelli-Spinoza-Marx di cui tratta Negri in Impero e nel Potere costitente non soddisfi affatto, e si presenti in realtà come piegatura vitalistica delle ultime riflessioni althusseriane sul matérialisme de la rencontre, il punto è che Ferroni non desta meno imbarazzo, proponendo un Machiavelli edulcorato, e addebitandogli una politica intesa come «arte del rimedio», che il «Segretario fiorentino» avrebbe certamente indirizzato al limbo, insieme al suo Gonfaloniere Soderini. Perché non dirlo, che siamo diventati guicciardiniani? Perché non ammetterlo, che il tanto o poco di techne che ogni praxis comporta, fa ormai spavento alla leziosa coscienza contemporanea? Il pensiero politico della congiuntura, nella sua aleatoria dimensione e nella sua severa responsabilità, sembra definitivamente latitare. La solitudine di Machiavelli, per dirla con Althusser, è sempre più profonda.