Recensione
Corrado Augias, La Repubblica, 29/11/2002

Partono i bastimenti

Davanti all'inarrestabile flusso dei clandestini che nessuna legge potrà interrompere, uno degli argomenti più spesso ripetuti è che poco tempo fa eravamo noi, gli italiani, a presentarci con gli abiti laceri e un fagotto sulle spalle nelle banchine portuali di mezzo mondo. Esortazione che vuol essere un invito a comprendere da quali orribili realtà la maggior parte degli attuali migranti emerge. Il doveroso memento è però incompleto. Ciò che non dice è che tipo di emigranti a nostra volta siamo stati e quale considerazione, quali condizioni di vita, quale accoglienza aspettavano gli italiani delle passate generazioni quando, lasciata la banchina, si avviavano verso un' abitazione, un luogo di lavoro, un vicinato, una nuova società. Gian Antonio Stella molto recentemente ha già in parte colmato la lacuna con il suo L' Orda (Rizzoli). L'editore Donzelli manda ora in libreria un poderoso volume a più mani: Storie dell' emigrazione italiana. Arrivi (pagg. 846, euro 44) che conclude un lavoro promosso dal Comitato nazionale "Italia nel mondo" istituito presso il ministero per i Beni culturali. Non vorrei che la filiazione diciamo ufficiale facesse pensare a un libro composto di documenti e relazioni sicuramente utili ma spesso inadatte al pubblico dei comuni lettori per non dire noiose per chi non sia uno specialista dell' argomento. E' vero il contrario. La maggior parte dei quarantatre contributi (coordinati da Piero Bevilacqua, Andreina De Clementi, Emilio Franzina) sono saggi di immediata leggibilità, ricchi certamente di notizie ma anche, nella maggior parte dei casi, di quel pathos narrativo al quale del resto l' argomento, affrontato con la necessaria franchezza, si presta. Chi erano dunque i calabresi, i siciliani, i campani ma anche i piemontesi, i veneti, i lombardi che costretti dal bisogno lasciavano le pendici delle Alpi, le coste inutilmente luminose del basso Tirreno, i miseri entroterra della penisola? Apro con un episodio significativo. Nel 1922 nello Stato dell' Alabama si celebrò un processo d' appello intitolato «Rollins versus Alabama». Un certo Jim Rollins, nero di pelle, era stato condannato in primo grado per il reato di miscegenation vale a dire "mescolanza di razze", delitto molto grave soprattutto nel sud degli Stati Uniti. L' accusa era, per l' appunto, di aver avuto rapporti sessuali con una donna bianca. In secondo grado Rollins riuscì a farsi assolvere dimostrando che la ragazza era italiana, per la precisione siciliana. Dunque, argomentò il giudice, «non si poteva assolutamente dedurre che ella fosse bianca». Giorni addietro ho udito un noto giornalista simpatizzante della Lega sostenere durante un dibattito radiofonico che l' ostilità affiorante verso gli attuali clandestini deriva soprattutto dalla estraneità delle loro "culture". Diverso, sosteneva l' incauto "padano", il caso dei nostri emigranti che appartenevano invece alla stessa "cultura" (bianca, occidentale - immagino che volesse dire) dei paesi nei quali si recavano. I saggi del volume Arrivi dimostrano esattamente il contrario. Anche perché, almeno per quanto riguarda l' Italia meridionale, la zappa sui piedi ce l' eravamo data un po' da soli. La Giunta parlamentare d' inchiesta sulla Sicilia (1876) asseriva nella relazione finale che quella regione: «s' avvicina forse più di qualunque altra parte d' Europa alle infuocate arene della Nubia; in Sicilia vi è sangue caldo, volontà imperiosa, commozione d' animo rapida e violenta». Non a caso le stesse caratteristiche, o difetti, erano spesso lamentate nei paesi d' accoglienza. L' antipatia (in qualche caso odio) verso gli italiani viene proprio dalla sensazione di estraneità che i nostri emigranti suscitavano. La vicina Svizzera o la lontana Australia reagiscono allo stesso modo e con una preoccupante somiglianza di giudizi. Gli italiani non si lavano, puzzano d' aglio, si addensano anche in dieci in una stanza, usano in modo indecente il gabinetto, rubano, chiedono l' elemosina in modo insistente, suonano rudimentali strumenti accompagnandosi a scimmie o topi ammaestrati, sfruttano i bambini per suscitare pietà quando non li spingono a prostituirsi. A coronamento di questo gli italiani sono anche dipinti come gente che al minimo alterco è pronta a metter mano al coltello. Les chevaliers du couteau, li chiamavano in Francia mentre negli Stati Uniti il loro nomignolo è Dagos, corruzione di dagger, stiletto. Altro nomignolo è wop letteralmente without passport ma che nella pronuncia (uàp) suona come "guappo". E' Conan Doyle, del resto, padre di Sherlock Holmes, a dire: «Per fortuna nei paesi del sud, terre di omicidi, non c' è la nebbia». Secondo il quotidiano News di Baltimora: «L' inclinazione all' assassinio per vendicare un errore immaginario è un tratto notevole del carattere di questa razza impulsiva e inesorabile». Il discredito accumulato nel corso degli anni era tale che il console italiano a Tunisi, chiamato a rintracciare un gruppo di donne, tra le quali due minorenni, vendute come prostitute sul mercato tunisino, si lagnò con il Ministero a Roma perché le coste della Sicilia non erano sorvegliate in modo da impedire la partenza di clandestini italiani verso l' Africa. Non c' è bisogno credo di sottolineare il sarcastico risvolto simbolico della cosa. La nostra terrificante condizione diventa grottesca con l' avvento del fascismo. Mentre in buona parte del mondo gli italiani sono discriminati in base a considerazioni razziali, la propaganda di regime tenta di accreditare l' immagine opposta di un popolo razzialmente superiore. Nel "Manifesto degli intellettuali razzisti" (1938) si legge: «La popolazione dell' Italia è di origine ariana... E' tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti». E' lo stesso anno in cui ("Dichiarazione sulla razza") si proibiscono «i matrimoni di italiani e italiane con elementi appartenenti alle razze camita, semita e altre razze non ariane». Alla luce del reale stato di fatto si tratta di provvedimenti ridicoli, prima che vergognosi. Un' altra caratteristica che alienò agli italiani molte simpatie fu la loro religiosità in prevalenza chiassosa, invadente e con un fondo di paganesimo. Agli emigrati negli Stati Uniti si rimprovera un «numero eccessivo di feste», la «dimensione folkloristica e superstiziosa» della loro fede. I protestanti bianchi e anglo-sassoni li guardano con commiserazione ma gli stessi cattolici di altre nazionalità, ad esempio gli irlandesi, si sentono imbarazzati nel condividere la stessa fede e temono di essere confusi con quella religiosità vociante e molto esteriore. Mi sono limitato a citare spulciando qua e là, tale è la ricchezza di dati ed episodi del libro. Ho anche omesso per ragioni di spazio molti aspetti collaterali che temperano alquanto il quadro, ad esempio l' emigrazione politica o intellettuale, quella legata alla moda e alle aziende, nonché il progressivo processo di assimilazione frutto dei sacrifici inenarrabili delle prime generazioni. Esito d' altra parte a nominare i numerosi autori dei saggi, tutti eccellenti; un elenco completo sarebbe impossibile. Ricordo tra i contributi che mi hanno più impressionato (è la parola) Eric Vial che ricostruisce la situazione in Francia, Gian Antonio Stella e Emilio Franzina ("Italiani, brutta gente"), Paola Colaiacomo ("Nei serials e nelle telenovele"), Salvatore Lupo ("Mafia siciliana e mafia americana") dal cui lucido saggio si ricava anche questo: così depresso era il punto di partenza degli immigrati, che mettere in piedi una rete criminale poderosa come la mafia venne considerato da molti un fattore di avanzamento sociale. Il volume porta il lettore a concludere che il miracolo economico dell' ultimo dopoguerra è servito non solo ad eliminare gli aspetti più orribili di una miseria secolare, ma anche a liberarci (in parte) di un marchio quasi equivalente a quello medievale d' infamia. Il giudizio sugli italiani è stato a lungo frettoloso, pregiudiziale e ingiusto. Da alcuni anni siamo riusciti a riequilibrarlo facendo quanto meno circolare il dubbio se l' Italia sia ancora il paese dei ritardi vergognosi, delle sacche di incivile miseria, dei governi vacillanti su questioni fondamentali o se non sia piuttosto la patria della grande moda, di una cucina impareggiabile, delle auto più veloci del mondo, di piccole aziende capaci di imporsi ovunque. E' un bel passo avanti.