Recensione
di Giuseppe Cassieri, LA STAMPA, 13/11/2002

Caffeina. Il maschio e la femmina

Le statistiche parlano chiaro: la caffeina («alcaloide vegetale che forma cristalli bianchi e setosi, contenuto nelle foglie e nei semi delle piante del caffè e del tè, nelle foglie di matè, guaranà ecc...» Oxford English Dictionary) vanta almeno tre primati: è la droga più diffusa al mondo; è l´unica sostanza psicoattiva di libero accesso, presente finanche nelle bevande destinate ai bambini; è la droga più investigata nelle discipline che le competono. Ciononostante, ben pochi consumatori mostrano di onorarla con adeguate cognizioni storiche e scientifiche; ben pochi, assumendola ritualmente, sembrano interessati al perché di quell´appeal universale e al ricorrente interrogativo di poeti, fideisti, mitografi: un antico dono degli dei o subdolo veicolo di forze demoniache? Ci pensano per fortuna due agguerriti ricercatori americani, Bennet Alan Weinberg e Bonnie K. Bealer, ad alleggerire la nostra ignoranza grazie al saggio Caffeina (Donzelli, pagine 400, euro 34,00) in cui il rigore dell´indagine si associa perfettamente alla brillantezza espositiva. Con un merito ulteriore: la massima equidistanza nel dar voce alle tesi contrapposte su dipendenza e tossicità, e l´orecchio teso alle analisi in corso circa i segreti che tuttora accompagnano il magico alcaloide; così magico da prestarsi a maliziosi travestimenti: ora amico, ora cupo avversario dell´ozio, ora stimolo a basso costo di energie creative, ora colpevole di insonnia, asma, malinconia e sterilità (ricordo la Cantata del caffè di Bach, celebrazione della ghiotta bevanda nella giornata di una giovane sposa); ora simbolo di anticonformismi, di aperture illuministe, di relazioni oltrefrontiera; ora agente invasivo e degenerativo, tanto che l´olandese François Valentijn poteva scrivere nel 1724: «Finché le governanti e le cucitrici non vuotano la tazzina il filo non passa per la cruna dell´ago». Ambivalenza, dunque, di una sostanza la cui totale comprensione - sostengono gli autori - non sarà possibile ottenere senza aver decifrato la complessità dell´essere umano. In attesa dell´auspicato proscioglimento c´è intanto di che apprendere e dilettarsi lungo la parabola millenaria. Bevanda pressoché esclusiva in età remote, agognata e goduta dai consorzi civili nelle varianti del caffè, del tè, del cacao, essa è stata isolata nel 1819 da un medico tedesco venticinquenne, Friedlieb Ferdinand Runge, a seguito di un incontro con l´anziano Goethe il quale porge al timido ospite una piccola scatola di semi di caffè arabo, esortandolo ad analizzarli. Il lusingato Runge s´illumina di gratitudine, corre nel suo laboratorio a sviscerare i preziosi semi e nel giro di pochi mesi estrae, purifica e battezza la nuova creatura. Messo a punto il felice connubio di scienza e poesia, gli autori tirano giù il sipario epico-umanistico, si spostano sul versante tecnico-speculativo e ripropongono i temi che maggiormente allertano il senso comune: «Caffeina, depressione e aggressività», «Caffeina e prestazione atletica», «Caffeina e memoria», «Caffeina e malformazioni congenite». Una serie di capitoletti che convergono sul quesito di fondo: è nociva? «Dipende - replicano gli autori alla luce delle testimonianze raccolte - a fronte della nostra esposizione alla caffeina, troppo poco è noto dei suoi reali effetti sulla salute». E tuttavia, pur costretti a patrocinare vaghezze e oscillazioni delle risultanze in campo, continuano a far lievitare con discreti tocchi di humour la severità del testo. Valga l´incipit di «Caffeina e perdita di peso» che evoca il Sacro Graal a proposito della pillola antigrasso... In ogni caso l´uso dilagante delle bevande caffeinate equivale a una rivoluzione silenziosa: sconvolge radicate abitudini, diventa motivo di conflitto o tolleranza nelle opposte religioni, influenza lingue e linguaggi, arti figurative, musica e letteratura, e geopoliticamente «si schiera»: Yemen, Costantinopoli, Aleppo, il Cairo glorificano il caffè; l´Asia in blocco sacralizza il tè, mentre il cacao dei precolombiani torna a galvanizzare le popolazioni del Centro e Sud America, e la vecchia Europa, capricciosa sin nelle papille, accoglie e respinge, perseguita e assolve a suon di bolle e decreti. I lettori più inclini alle emozioni agonistiche non si lasceranno sfuggire il derby (come altrimenti chiamarlo?) tè, caffè a pag. 157, là dove si riportano i profili bioetici delle bevande in gara. Esempio: il caffè è classificato «maschio» e il tè «femmina»; e fin qui non si corrono rischi di sommossa. Ma poi al caffè vengono attribuiti aggettivi e sostantivi quali «sordido», «pedestre», «vizio», «promiscuo», «ordinario», «fuorilegge» e al tè i corrispettivi «bello», «elevato», «temperanza», «purezza», «sottile», «raffinato». Non basta. Personaggi di gran rilievo subiscono l´imbarazzo di un gioco a perdere: l´allocchito Balzac e con lui Beethoven e Heidegger si trovano inclusi nella colonna del caffè: Proust, Mozart e Carnap in quella del tè. La sconfitta finale della generosa bevanda è così smaccatamente annunciata da ferire a morte i devotissimi napoletani, ripercuotendosi - supponiamo - sul miracolo di San Gennaro. A consolarli, a consolarci, provvedono però gli stessi autori nelle righe dell'epilogo. Si chiedono: «Qual è il futuro del caffè?» e rispondono senza equivoci: «Se mai riuscissimo a colonizzare Marte, non sarebbero forse i caffè i primi ritrovi degli emigrati?».