Recensione
di Giuseppe Cassieri, La Stampa, 22/03/2002

Sulle orme di Giordano Bruno, eroico furore contro ogni dogma

Non un ennesimo libro sui libri di Giordano Bruno, ma piuttosto un ritratto dell’uomo Giordano Bruno» dichiara Anacleto Verrecchia in apertura del suo tellurico saggio sul più fascinoso degli sventurati eretici. «Un libro di passione» che gli permette di liquidare a cuor leggero i rituali percorsi dell’esegesi. Passione non certo in senso agostiniano (motus animi contra rationem), bensì nel significato elementare di «compassione», patire con, patire insieme. In questo caso «compatire» il tragico destino del pensatore che brucia in una piazza romana all’alba del 17 febbraio 1600. Libertario nel tono, scanzonato nell’uso dell’aforisma, dell’invettiva, il Giordano Bruno di Verrecchia è al tempo stesso uno studio elaboratissimo di ciò che è apparso fin qui negli annali storici e filosofici, nei monchi atti del processo, negli orientamenti della coprotagonista, la Chiesa, a quattro secoli dall’olocausto. Una volta però selezionato l’enorme materiale di scorta e spiegato perché l’edizione originale del presente volume abbia visto la luce in lingua tedesca (lassù «Giordano Bruno è più amato e capito che in Italia»), Verrecchia depone provvisoriamente l’abito del ricognitore germanista e indossa quello del testimone-ombra, del pellegrino che si emoziona, s’infiamma e riflette ad alta voce là dove ha infelicemente vissuto l’ex frate domenicano in fuga per l’Europa, dove quella «preda braccata» ha trasfuso le sue mirabili intuizioni scientifiche e cosmologiche sugli infiniti mondi e infiniti spazi; dove si è concesso una sapida incursione nel teatro comico cinquecentesco (Il candelaio) e dove ha dionisiacamente saldato poesia e filosofia. Un esempio di personale tecnica espositiva ci viene offerta fin dall’inizio, quando si parla dell’infanzia di Bruno, del padre soldato, della nobile, millenaria Nola «vicina a Napoli dodici miglia», alle falde del monte Cicala. Verrecchia non si limita a ricostruire con estrema precisione luoghi ed eventi, dannandosi sui tasselli che mancano e dando credito a una biografia fondamentale (fondamentale, sebbene arida, notarile), quella di Vincenzo Spampanato; vuole ricalcarli e confrontarli dal vivo, bivaccare e annotare ogni indizio, raccogliere ogni briciola del genius loci; introduce il commento di Giovanni Gentile sul passo autobiografico di Bruno che, a Londra, rammemora le fresche immagini della giovinezza; estrapola allo Spaccio de la bestia trionfante il richiamo alla contrada della Starza, che tuttora conserva quel nome, da cui il ragazzo - abbagliato dai suoni, dai colori, dai misteriosi fenomeni della Natura – ascoltava il canto del cuculo; rende familiare a un orecchio non troppo indebolito la «prosa rupestre» del poeta-filosofo, e ci regala l’inno al monte Cicala tratto dal De immenso: «Incoronato com’eri di edera e dei rami degli ulivi, e cinto tutt’intorno di cornioli e di allori...». Oppure, in chiave sarcastica, si prenda la tappa di Bruno a Genova nell’aprile 1576 e l’odierna verifica del biografo che entra rispettoso nella magnifica chiesa di Santa Maria di Castello, rilegge i passi speculari del Candelaio e dello Spaccio, s’intrattiene sulla reliquia della coda dell’asino «che fu fatta degna di portar il nostro Dio dal monte Oliveto a Jerosolima» e, incredulo, incupito, registra le persistenti tracce di ostilità nei riguardi del Nolano: «Quando ho chiesto a un frate se conoscesse Giordano Bruno, domenicano come lui, ha risposto con disprezzo: “Purtroppo”...». O ancora - sempre in Liguria e poco oltre - l’approccio privilegiato dei filosofi con i fichi, e in specie fichi liguri. Nello Spaccio la citazione è esplicita: «Se vuole andar dove son molti fichi, vada in Figonia, cioè dove la riva bagna il Ligustico mare, da Nizza in sino a Genova». E Verrecchia, pronto al suggerimento, ne approfitta per allargare la sfera antropologica e documentarci sulle stimolazioni intellettive del dolce frutto: «La filosofia, in Europa, è nata con i fichi: in Grecia e nella Magna Grecia... Anche Nietzsche deve aver fatto grandi scorpacciate di fichi liguri. Chi non sa che egli trascorse molto tempo in Liguria dove concepì e partorì il suo Zarathustra?». Tra il dovizioso resoconto cronologico (con frequenti schiocchi di frusta, agili riepiloghi, soavi intermezzi paesaggistici), e l’analisi del pensiero bruniano in relazione all’esoterismo e alle dottrine orientali, alle figure «competitive» di Galilei, Tommaso Campanella, Keplero, e alle conquiste della scienza moderna (dall’evoluzionismo di Darwin a Konrad Lorenz, a Einstein), sono da segnalare gli aguzzi profili dei comprimari che agitano la scena: sovrani e cortigiani, papi e dottori di Palazzo, incalliti aristotelici e forcaioli, fisici e matematici, cattolici, luterani e calvinisti. A vario titolo indicherei l’ambiguo astronomo danese Tycho Brahe, l’affabile Giovanni Florio, italianista a Oxford, l’ambasciatore francese Michel de Castelnau, mecenate che accoglie Bruno nella sua casa di Londra, e «il più vile dei traditori», il patrizio veneziano Giovanni Mocenigo. Ma su tutto, quel che di continuo risalta e contagia nelle trecento pagine, è il grido di ribellione, l’«eroico furore» contro gli oscurantismi, i fanatismi di ogni Paese, di ogni epoca, di ogni fede o verità «indubitabile». Patologie della condizione umana che qua o là, qua e là, ferocemente riesplodono e aggiornano i loro roghi.