Recensione
di Giovanni Belardelli, Corriere della Sera, 03/11/2001

Italiani, razza di raccomandati: antropologia di un vizio nazionale

Poche cose caratterizzano in modo pervasivo la vita italiana come la raccomandazione. Di poche cose, però, è altrettanto difficile parlare analiticamente, lasciando da parte i giudizi di valore. Lo fa ora un'antropologa americana, Dorothy Louise Zinn (...), sollecitata dall'essersi stabilita in Italia proveniendo da un universo culturale radicalmente diverso, quello americano, dominato dal rispetto per le regole e dalla meritocrazia. L'autrice, partendo dall'analisi di una cittadina meridionale (Bernalda, provincia di Matera), mostra come la raccomandazione influenzi un po' tutti gli aspetti della vita quotidiana, a cominciare dalla ricerca del lavoro e dal rapporto con la pubblica amministrazione. Al di là di questo aspetto utilitaristico della raccomandazione (spesso con risvolti penalmente rilevanti), che a tutti è noto, Zinn ha il merito di mostrare come essa costituisca un elemento strutturale dei rapporti sociali e della stessa identità meridionale, cioè del modo in cui gli abitanti del Mezzogiorno si percepiscono rispetto al resto del Paese e dell'Europa occidentale. In questo senso parla di una «ideologia» della raccomandazione che contribuisce a creare un sentimento di appartenenza alla medesima comunità. Certo, il libro lascia aperta la questione di quanto il fenomeno della raccomandazione sia esteso nel resto d'Italia. Ma questo limite fa parte delle premesse stesse della ricerca. La diffusione della raccomandazione, osserva l'autrice, ha coinciso con i l passaggio dal vecchio clientelismo dei notabili a quello dei partiti di massa, che ha potuto giovarsi dell'enorme espansione della spesa pubblica avvenuta negli ultimi decenni. Non è dunque fenomeno che possa essere liquidato come caratteristico di una società arretrata, come un aspetto residuale destinato a scomparire, secondo quanto è stato a volte sostenuto nell'ambito delle scienze sociali. Zinn invita a considerare la raccomandazione come un paradigma culturale, evidentemente diverso ri spetto al modello razionale-universalistico fondato sul rispetto di regole impersonali e sul principio del merito. Questo è certamente giusto. Senonché mi sembra che lo sforzo di comprendere dall'interno la realtà sociale e culturale che ha studiato conduca l'autrice, nell'ultimo capitolo, a un eccesso di simpatia nei confronti del paradigma della raccomandazione in quanto basato sulle relazioni interpersonali, a differenza del modello nordamericano e nordeuropeo fondato sull'idea di un soggetto razionale e autosufficiente. Finisce dunque con il passare in secondo piano il costo complessivo che la società italiana (giacché il fenomeno non è certo limitato al Mezzogiorno) paga alla pervasività della raccomandazione come fatto e come ideologia: per l'inefficienza nell'allocazione delle risorse umane che essa determina, ma anche per l'effetto devastante che ha sulla formazione delle nuove generazioni giacché mortifica l'idea stessa di impegno personale. Così, terminata la lettura di un libro importante per farci capire meglio come noi italiani siamo e ci percepiamo, appare difficile poterne davvero condividere le conclusioni.