Recensione
di Dario Fertilio, Corriere della Sera, 20/09/2001

Ferrarotti, come addomesticare l'utopia

Ci sono nobili cose di ottimo gusto nell'album della famiglia Ferrarotti. Il senso del destino, ad esempio, e il piacere della coerenza. Ancora: il culto per l'impegno, la fedeltà alle amicizie, gli ideali. Ma su tutto domina la speranza in un mondo più giusto, diverso, aperto all'utopia. Sono caratteristiche che emergono evidenti nel racconto autobiografico cui Franco Ferrarotti, padre nobile della sociologia italiana, affida il racconto della sua educazione intellettuale . Tutto comincia nella provincia piemontese, dove il giovane appassionato e un po' arrogante si fa strada a suon di letture «esagerate», e prosegue nella Torino del dopoguerra, quella di Pavese, Abbagnano, la Ginzburg, Einaudi. Si sente il gusto di a ppartenere a una Torino laica e severa, a un'idea di sinistra in cui si conciliano teorie rigorose e serate in osteria, l'inclinazione verso un'aristocrazia dello spirito temperata dal piacere del progetto politico, nonché da un'ombra di nostalgia per gli anni della giovinezza che si consumano. Ci sono Ivrea e Adriano Olivetti nella colonna dell'attivo esistenziale di Franco Ferrarotti; mentre la Torino monoculturale, all'insegna della Fiat e del profitto, la «town company» senz'anima e refrattaria ai rapporti umani resta il rischio da lui sempre paventato, la colonna del passivo. Su tutto si staglia poi l'amore per la sociologia, il racconto del suo contrastato affermarsi come campo autonomo di ricerca, l'ideale dolorosamente irraggiungibile di fondere speculazione filosofica e rigore scientifico. Ma il vero motivo conduttore del breve saggio resta proprio l'utopia. Non quella salvifica, dipendente dalle grandi ideologie o dalla religione: piuttosto una sua variante «a medio raggio, flessibile, tecnicamente controllabile». Facile riconoscere in questa «utopia realistica» l'orgoglio intellettuale di chi rifiuta la «mediocrità borghese» e le volgarità di massa, ma che allo stesso tempo non si lascia abbindolare dai conformismi della contestazione. E' difficile però addomesticare e «civilizzare» l'utopia, una volta che le passioni e le pulsioni profonde si sono scatenate. La storia del Novecento è lì a dimostrarlo. Forse è più sicuro affidarsi alle utopie private, e lasciare al diavolo quelle collettive.