Recensione
di Raffaele Nigro, La Gazzetta del Mezzogiorno, 01/06/2001

Beppe Fenoglio. Dei due partigiani chi è il vero?

La fortuna di Beppe Fenoglio sembra non arrestarsi, anche in un tempo di somma disattenzione alla narrativa soprattutto italiana. [...] per rinnovare la memoria dello scrittore delle Langhe nell'imminenza dei quarant'anni dalla morte, approda in libreria uno studio a cura di Gabriele Pedullà, figlio del più noto Walter e che ha già al proprio attivo importanti indagini sul rinascimento, su Carlo Dossi e su Francesco De Sanctis, «La strada più lunga. Sulle tracce di Beppe Fenoglio». Pedullà parte dalla convinzione che sia stato finora sbagliato il percorso seguito dalla critica, che lo scrittore non abbia seminato le ragioni della propria narrativa nelle opere pubblicate in vita quanto nei due romanzi usciti postumi, «Il partigiano Johnny» (1968) e soprattutto «Una questione privata» (1963). Ed è penetrando nella trama e nell'ordito narrativo di quest'ultimo romanzo peraltro rimasto incompiuto, che il giovane Pedullà individua almeno otto categorie narrative attraverso le quali è possibile ricostruire il laboratorio poetico dello scrittore o perlomeno partire per una lettura rinnovata di Fenoglio. Non va intanto sottovalutata la diversità di racconto tra le due opere, torrenziale ed espressionista «Il Partigiano» e levigato e più essenziale «Una questione», aperto a innumerevoli digressioni e all'epica storica e dunque alla coralità il primo e circoscritto alle vicende personali di un individuo il secondo. Infatti Il Partigiano tende a narrare le vicende della Resistenza tra l'8 settembre '43 e la liberazione, mentre Una questione è la storia del partigiano Milton che si macera di fronte alla scoperta che Fulvia, la ragazza amata in silenzio prima della guerra, ha avuto una relazione col proprio migliore amico. «Una questione privata», sostiene ad ogni buon conto Pedullà, "è la pietra di volta che arriva per ultima, ma che da sola sorregge l'intero arco" ed è "il più riuscito dei suoi studi di romanzo". Come nelle precedenti opere, «Una questione» non disdegna il ricorso a due forme espressive che sono il alcune delle anime linguistiche di Fenoglio, il dialetto e l'inglese, pur restando una necessità di stile e mai diventando un piacere esclusivo di sperimentalismo e di gioco come in Gadda e in Manganelli. Né questo romanzo si allontana dal nucleo ispirativo di tutte le opere del narratore piemontese, la Resistenza, momento straordinario della sua vita come della vita di altri intellettuali a lui coevi, da pavese a Calvino. Oltre che al neorealismo plurilinguistico, continua Pedullà in questo saggio analitico e illuminante, bisogna fare attenzione ai nomi usati da Fenoglio. In «Una questione» Milton è quanto mai un nome parlante, è nome di un poeta inglese che ha dato vita al «Paradiso perduto» e mai come in questo caso il tradimento di Fulvia rappresenta tale condizione. Un nome un destino dunque. Proprio come gli altri nomi, Hombre, Cobra, Sceriffo. Altra chiave di interpretazione sono i libri che Milton traduce dall'inglese per Fulvia, sono i versi del romantico Robert Browning, di Thomas Hardy, i versi di Yates. Di ogni opera tradotta Milton tattiene un verso significativo, una frase importante, qualcosa che rappresenta un punto di intersezione tra la letteratura e la propria vicenda biografica. Pedullà ritiene fondamentali ancora l'utilizzo dei tempi, tutte le categorie del tempo, presente, passato, futuro e poi la citazione puntigliosa degli oggetti, la loro descrizione, un motore mnemonico essenziale. Come essenziale è la dinamica dello sguardo, la scansione del silenzio e del chiasso, la presenza ossessiva della morte, dei corpi senza vita e dei vivi che agiscono come morti, nel momento in cui tra loro si sollevano dei muri insormontabili, una questione sollevata anche da Sartre e che suggerisce una dimensione profondamente esistenzialista della narrativa di Fenoglio, uno scrittore cui la morte precoce non ha impedito di sedersi tra i maggiori scrittori italiani del Novecento.