Recensione
di Massimo Raffaeli, il manifesto, 07/04/2001

Fulvia e il nulla, Partigiano

Se c'è un autore che ha stentato a entrare nel senso comune o nel cosiddetto canone della letteratura del secondo dopoguerra, costui è Beppe Fenoglio. Diversi fattori ne hanno condizionato la ricezione: il fatto che gran parte dell'opera, un corpus di cinquemila pagine, sia emersa postuma e incompiuta; il fatto che la fisionomia delle due opere maggiori (Una questione privata, 1963, Il partigiano Johnny, 1968) presentasse tratti diametrali (l'una di segno esatto, l'altra ribollente di estri plurilinguistici),un appoggio parziale o tendenzioso, tale comunque da stereotiparlo, dei suoi primi sponsores, Elio Vittoriani e Italo Calvino; un'annosa, infine, querelle filologica rimbalzata tra la monumentale impresa delle Opere (Einaudi 1978, a cura di Maria Corti e Maria Antonietta Grignani, tuttora insuperata per apporto di testi e perspicuità di criteri) e quella più divulgativa a cura di Dante Isella (Romanzi e racconti, Einaudi-Gallimard, 1992) che tuttavia non riusciva ad intaccare la prima. Insomma, la miniera a cielo aperto di Fenoglio, la sostanza di un'opera lasciata a mezzo in un momento nel momento di maggiore incandescenza, in bilico tra l'epica del Partigiano e la cruda elegia di Una questione privata, corre da sempre il rischio di una lettura monca o addirittura di un saccheggio unilaterale. Una specialista come Mariarosa Bricchi così riassumeva una decina di anni fa l'ambivalenza dello scrittore piemontese, fissandola nell'ossessione di un contenuto immutabile (la guerra civile, l'atto del cimento e del sacrificio) e nel moto divergente delle scritture: «Su una invariante tematica di fondo si innestavano infatti le variabili prodotte dai singoli testi. (...) Ai tempi lunghi e al ritmo cadenzato di un respiro epico della prosa si alternava la linearità, sfrondata di diramazioni, di una trama ridotta all'essenziale». Senza forzare i termini di un problema complesso e forse irresolubile, Gabriele Pedullà (La strada più lunga. Sulle tracce di Beppe Fenoglio, Donzelli) sceglie il versante di Una questione privata e scrive un libro di critica chiaro nelle premesse e nelle conclusioni, puntuale nelle analisi, sgravato di parametri accademici. Il romanzo breve di Milton, che per amore di una donna (Fulvia, fantasma vagheggiato alla stregua di un eterno pegno) sceglie di violare la disciplina partigiana e nel nome di lei corre incontro alla morte, è compulsato in otto capitoli che corrispondono ad altre parole chiave, le quali, a loro volta, ora fungono da strumenti esegetici circa la fattura del testo, ora da segnali di un ininterrotto commentario intertestuale. Optando per la compiutezza della terza ed ultima stesura, e sciogliendo, tramite riscontri interni, l'ambiguità del finale (Milton muore davvero, falciato dai fascisti), Pedullà fornisce una lettura che mentre libera Fenoglio da ogni ipoteca neorealista, o genericamente espressionista, lo ricolloca nell'alveo europeo dell'esistenzialismo. Il riserbo, la tetraggine di Milton, la sua ricerca di un paradiso perduto (Fulvia, la cui effige poetica egli porta iscritta nel nome), se nulla tolgono alla scelta di combattere per un fine etico-politico la orientano però in un senso più umano e terrestre. Fulvia è il volto carnale, ovviamente imprendibile, dell'utopia, è la verità taciuta e rimordente che dà pienezza a una decisione, invece, ascetica e mortale. Fulvia forse non esiste nemmeno, o è un ricordo che affiora da una giovinezza viziata, tra libri di culto (Hardy, Tess dei D'Ubervilles) e canzoni struggenti come Over the rainbow; eppure Fulvia «deve» esistere per sbloccare l'inerzia di un eroe altrimenti contemplativo e per testimoniare paradossalmente, che la guerra partigiana è tutt'altro che una questione privata. (Lo aveva già notato Claudio Pavone nella sua Guerra civile, Bollati Boringhieri, 1991: «Era difficile distinguere il "privato" da una normalità che la situazione di emergenza, pienamente accettata, faceva sentire lontana, estranea e persino nemica»). Per gli occhi svagati di Milton, il neroalutto dei fascisti riassume il male del mondo mentre il biondomiele di Fulvia, al contrario, dice il bene in attingibile della vita. Dead man walking, un condannato a morte o un morto che cammina, scrive Pedullà a proposito di Milton. Quest'ultimo sa benissimo che la morte, proprio perché sempre incombente, diviene compimento integrale della guerra che ha scelto; viceversa, l'autore che lo muove, Fenoglio, sa che solo uno spettro così ardente come Fulvia garantisce credibilità di personaggi a quell'algida astrazione dell'essere-per-la-morte di cui certo gli aveva parlato, al liceo di Alba, il suo insegnante di filosofia Pietro Chiodi (futuro traduttore di Heidegger, nonché firmatario di un bellissimo diario partigiano, Banditi - Einaudi - 1975 scabro ed essenziale alla maniera di Fenoglio). E perciò il giovane studioso romano indaga le mozioni di un libro «dove destino individuale e sorte collettiva si incrociano e si scontrano a ogni pagina, e confluiscono in un immagine comune - per niente consolatoria - dell'esistenza»; ne deduce che siamo al cospetto di un «grande romanzo filosofico sulla conoscenza o per meglio dire sul crollo di ogni certezza»: ne è sintomo infatti lo stile secco e percussivo, ritmato da una costante presenza di un’ellissi ai limiti della reticenza, che proprio nei gesti del contenere e del cancellare realizza l’equilibrio di una tensione assoluta. Ottima l'analisi che Pedullà conduce sulle fonti e, a contrasto, sulle partiture che nell'officina di Fenoglio collidono (sia pure con cadenza meno rapida) con le tre brucianti redazioni di Una questione privata; limpido il discorso critico, disteso nella forma della conversazione affabile ma sobria nella sostanza. Due soli eccessi di confidenza da notare per inciso: a pagina 8 si dice, en passant, che per Calvino, Pavese e Vittorini, «la lotta partigiana era stata tutt'al più l'argomento per un libro di facile successo»: ma a cosa ci si riferisce, forse a La casa in collina? o a Uomini e no, che un antico saggio di Noventa indicava come il libro più incompreso o equivocato della resistenza italiana? A pagina 98, una stoccata beffarda a Lukàcs (peraltro stampato con l'accento grave) e ai suoi discepoli. Veri o presunti: si vorrebbe solo rammentare a Pedullà che nei giorni in cui usciva in Italia il capolavoro di Fenoglio, quel grande filosofo rivelava al mondo un’opera che involontariamente è consanguinea a Una questione privata, nella riservatezza ascetica e nella estrema economia della composizione, Una giornata di Ivan Denisovic di Solzenicyn, romanzo breve a proposito del quale parlava di «grigio su grigio», come appunto si trattasse di un sublime tutto quanto riassorbito nella nuda nozione di humanitas. La stessa che, a pensarci, dà ancora slancio e fiato a Milton nella corsa finale verso Fulvia o il nulla, in una pagina che attinge la verticalità del martirio esistenzialista e da sola basterebbe, non ci fossero le altre cinquemila abbandonate ad Alba: «Correva, con gli pochi sgranati, vedendo pochissimo della terra e nulla del cielo. Era perfettamente conscio della solitudine, del silenzio, della pace, ma ancora correva, facilmente, irresistibilmente. Poi gli si parò davanti un bosco e Milton vi puntò dritto. Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro, e a un metro di quel muro crollò».