Recensione
di Massimo Novelli, la Repubblica, 13/02/2001

"Ho vinto la sfida con San Salvario"

Viene il giorno in cui un cittadino perbene, politicamente corretto non per moda ma per profonde convinzioni democratiche, decide di dire basta alla violenza e all'arroganza di un gruppo di spacciatori che vendono droga sul pianerottolo di casa sua. Ingaggia la sua battaglia personale non violenta, viene minacciato, spende di tasca sua per comprare e murare le soffitte in cui si spaccia morte. Le istituzioni, i politici, sono distanti anni luce. Ma Fontana non demorde. E che gli spacciatori siano extracomunitari (lo sono, ma è non questo il problema) o bianchi, poco importa. Perché conta la ribellione di un uomo, il dottor Italo Fontana, psicanalista, che ha voluto resistere e continuare a vivere a San Salvario. Di «atto di ribellione di un uomo che non né un razzista né fascista», anzi, ma solo un cittadino «che pretende il rispetto della legalità, la difesa della società dalla sopraffazione», ha parlato il procuratore della Repubblica Marcello Maddalena. Lo ha fatto ieri, al Circolo della Stampa, alla presentazione del libro sulla sua lotta e sulla sua odissea (Non sulle mie scale, pubblicato da Carmine Donzelli), che Fontana ha scritto con la collaborazione del professor Giorgio De Rienzo. Un libro forte, di impegno civile, di «angoscia del dolore sconfitta attraverso l’elaborazione del pensiero» (ha detto De Rienzo), che ha trovato molti consensi non solo tra gli oratori (il vicesindaco Carpanini, la consigliera comunale di Forza Italia Giuliana Gabri, il giornalista Marco Travaglio) presenti a Palazzo Ceriana. C'è da chiedersi, però, se alla fine Fontana sia riuscito a vincere. Oppure se la sua sia stata solamente una testimonianza coraggiosa. Lui non ha dubbi: «Ho vinto perché sono riuscito a sensibilizzare alcune persone su questi problemi. È una vittoria perché se quelli che prima non si accorgevano di queste cose, o sottovalutavano il fenomeno, ora sono partecipi e attivi. Ed è una vittoria, poi, perché adesso si riesce a discriminare tra chi è razzista e chi, invece, si lamenta per una situazione intollerabile di illegalità». C'è pure chi lo ha accusato, in base a preconcetti ideologici o a strumentalizzazioni di bottega, di essere razzista o addirittura fascista. «Sono accuse che mi fanno andare in bestia» risponde. «Io ho avuto il coraggio, in verità molto semplice, di distinguere, di comprendere le differenze: un conto sono gli extracomunitari, un altro sono i delinquenti. Un cittadino onesto deve chiedere che cambi anche il modo di osservare certi fenomeni. Non è questione di ideologie». Concorda Domenico Carpanini, per il quale «il tema della sicurezza non è né di destra né di sinistra. Ci possono essere approcci diversi, certo, ma tutto ciò deve fare parte di un sistema di valori comuni». Un sistema in cui si distingua, come fa Fontana, tra immigrazione tout court e delinquenza. Anche perché, come ha ricordato Maddalena, è più corretto parlare di «delinquenti che emigrano piuttosto che di immigrati che delinquono». Resta sullo sfondo, ma non troppo, quanto ha detto Giiuliana Gabri. E cioè che «le istituzioni non possono abbandonare i cittadini, non possono pensare che facciano da soli». Carpanini assicura che non è più così, o almeno lo è molto meno. E Fontana che cosa pensa? «San Salvario è anche cambiato. Devo però aggiungere che uno di quegli spacciatori dei quali racconto nel libro è sempre lì, a cinquecento metri da casa mia, a vendere droga».