Recensione
di Marco Neirotti, La Stampa, 25/01/2001

Prigioniero in casa propria

Ha tre volti il quartiere di San Salvario, a Torino. Il primo volto è quello delle strade affollate, dei colori degli abiti, dei capelli a piccoli riccioli pettinati dietro le vetrine delle parrucchiere nigeriane o senegalesi, di bianchi e neri che condividono i marciapiedi. Il secondo volto è quello degli alberghi con le puttane dell'est, delle soffitte stravolte da quantità impressionanti di inquilini, di scale dove si deposita droga e si piscia contro i muri, di angoli presidiati dagli spacciatori, di liti e aggressioni e derisioni. Il terzo volto è la solitudine, il senso di impotenza di quanti - d'ogni colore - ci abitano sforzandosi di far rispettare una vita qualunque, regolare e silenziosa e impaurita. San Salvario è il quartiere conosciuto ovunque come simbolo delle difficoltà, dei conflitti, della disperazione e delle reazioni a volte ragionevoli e a volte razziste legate all'immigrazione clandestina selvaggia e, soprattutto, al crimine che ne è parte integrante. E’ il quartiere dove vivono 60 mila italiani, duemila stranieri in regola e sciami di irregolari e dove tanta gente si sente ostaggio in casa propria, chiusa in un ghetto capovolto. Questa condizione, questa solitudine, queste paure sono il cuore, il pulsare delle pagine di Non sulle mie scale, racconto autobiografico costellato di riflessioni a posteriori, scritto da Italo Fontana (psicoanalista torinese che abita proprio a ridosso della stazione di Porta Nuova) che Donzelli manderà in libreria il 26 gennaio nella collana «Interventi», con prefazione di Furio Colombo. Pubblichiamo qui un brano che narra uno dei momenti cruciali della battaglia nel quartiere. L'inquilino esasperato cerca aiuti nelle forze politiche e di polizia e vuole supportare con prove ciò che va denunciando. Gli spacciatori - gli stessi che hanno fatto di scale, ascensori e soffitte il loro regno - si accorgono del suo interessamento. Bloccano la moglie e, con garbo viscido, le spiegano che loro sono brave persone e lei deve convincere il marito a desistere. Poi affrontano lui. Tutto è cominciato con una scena che a San Salvario è abituale (e che i nostri fotografi hanno spesso documentata): «Esco sul balcone con mia moglie e vedo sotto in strada, sul marciapiede davanti al portone di casa, cinque persone disposte in cerchio. C'è quello che io chiamerò d'ora in avanti il Capo, ci sono quelli che io chiamerò i suoi due Angeli Custodi e ci sono due giovani donne». E’ come un'istantanea scattata per caso. Ma questa istantanea non fissa un momento, anzi: trasmette un'inquietudine che si evolve, che cresce, che devasta. E’ l'inizio della presa di coscienza di vivere in stato d’assedio, prigionia senza appello. Il libro, scritto con l'aiuto di Giorgio De Rienzo (docente di Letteratura all’Università, critico letterario e romanziere) si muove con il senno di poi. L'autore guarda se stesso come se avesse filmato per cinque anni i propri stati d'animo insieme con gli episodi e adesso li ripercorresse nel lettino del suo studio, sostituendosi ai pazienti. E’ una lunga condanna alle orecchie serrate, alla disattenzione, ai buonismi ideologici che - questo lui percepisce nella solitaria battaglia - trasfigurano paura e ribellione in razzismo tout court. Dall'inferno si esce soli. Questa la conclusione. Sarà un pugno di inquilini ad acquistare le soffitte, a blindarle, a rendere poco appetibile quel palazzo rispetto ad altri. A spostare il problema un po’ più in là, dunque. Salvo qualche eccezione, è una condanna durissima, senza distinzione di colori politici per amministratori pubblici, candidati a elezioni. Ma è soprattutto il racconto oggettivo di una realtà: scale invase da persone, siringhe ovunque, droga nascosta sotto gli zerbini, italiani sfruttatori che lucrano sugli affitti delle soffitte. San Salvario è oggi quartiere multirazziale. Ci sono vetrine d'ogni tipo (dai gioielli al cibo e alle acconciature) dietro le quali ti sorridono volti scuri e cordiali. Ma continua a essere il porto d'arrivo degli sbandati che - qui come a Porta Palazzo - cercano di aggregarsi agli amici partiti prima di loro. E lì, se ci vivi per qualche giorno, capisci come queste strade possano diventare sentieri che in modo impercettibile, per tortuosi percorsi, al razzismo possono condurre.