Recensione
di David Bidussa, Diario della settimana, 09/03/2001

Lontano dalla Storia

Il Giubileo che da poco si è chiuso nella coscienza collettiva è stato un evento emozionante di grande rilevanza che ha segnato in forma simbolica l'addio al secondo millennio. Ma questo costituisce solo una delle raffigurazioni efficaci che abbiamo trattenuto del lungo evento. Esso assume una specifica fisionomia perché si colloca in un tempo specifico: quello attuale, caratterizzato dalle forti identità confliggenti nell'ambito delle fedi. Su questo aspetto invita a riflettere Stefano Levi Della Torre con un volume sapido, forse anche impertinente se commisurato con la produzione saggistica volta a una valutazione equanime dell'evento giubilare. Levi non nasconde il carattere «partigiano» delle sue considerazioni. Carattere nato da una riflessione che dichiara orgogliosamente la propria laicità e che proprio per questo - e non come si potrebbe pensare nonostante questo - ritiene, a mio avviso correttamente, di avere tutte le carte in regola per poter discutere della coerenza e della fedeltà della riflessione religiosa - e nel caso dell'evento giubilare - della chiesa cattolica. Che cosa significa discutere la coerenza? Significa cogliere nel messaggio veicolato nel corso del Giubileo - soprattutto nella spinosa questione dei rapporti tra mondo cattolico e mondo ebraico -, alcuni vizi di fondo che il Giubileo né ha risolto, né ha sedato, ma semplicemente ha fossilizzato, liberando dall'ambiguità alcuni passaggi concettuali e culturali, ma anche teologici e che spesso erano dati come risolti negli anni della dimensione del dialogo ecumenico inaugurato con i lavori del Concilio Vaticano II. Nel corso del pontificato di Giovanni Paolo II si sono dati eventi, riflessioni, gesti che solo trent'anni fa sarebbero stati impossibili. Il riconoscimento definitivo e formale dello Stato di Israele sancito con il viaggio di Giovanni Paolo II nel marzo dello scorso anno è solo l'ultimo episodio di una lunga serie di lenta riconciliazione con rinnovato spirito di incontro e di rispetto. Questo, tuttavia, non attenua né elimina alcune questioni che rimangono non risolte. Questioni che, anzi, dal percorso giubilare vengono di fatto confermate e che rischiano di far saltare il tavolo di incontro costruito con pazienza e con lentezza negli ultimi trent'anni. Questioni non nuove e di natura radicale e che alla fine si sintetizzano nella dimensione strutturale che la Chiesa narra su se stessa: ovvero il fatto di riconoscersi come il luogo ultimo e realizzato della Verità. È un aspetto che si potrebbe ritenere consustanziale alla dimensione costituzionale stessa di un sistema di fede, lo stesso per il quale come dice Levi «la religione cerca di fondare il reale sul vero che le è stato "rivelato" ». Tuttavia è indubbio che questo aspetto non è neutro nel confronto ebraico-cristiano. Levi discute a lungo in queste pagine sulle difficoltà da parte della Chiesa di sovrapporre le responsabilità di alcuni suoi figli con l'avocazione di quelle responsabilità a se stessa nell'evento della Shoah. Il problema non è solo, infatti, che la Chiesa, nel momento in cui critica i suoi figli di fatto li assolve, ma il fatto che la Chiesa secondo Levi non può accusare se stessa, pena la sua caduta nella storia e dunque la perdita e lo smarrimento della sua essenzialità che consiste nel fondarsi sulla storia, di assumere il confronto del messaggio di Dio nella storia ma, per poter essere presente nella storia - di doversi sottrarre al confronto con la storia . Ovvero alla fine di misurarsi davvero con la storia. Secondo Levi il percorso giubilare mostra la contraddizione secolare della Chiesa così riassumibile: la chiesa si presenterebbe come l'ente che ammette l'errore nella storia e allo stesso tempo sottraendosi istituzionalmente al confronto con la storia per includere i propri figli, anche i peccatori, al proprio interno fungendo da luogo per la salvezza e come istituzione che garantisce la salvezza. Contraddizione irrisolta e vero peccato di presunzione in quanto la Chiesa secondo Levi non rifiuta il confronto con la storia perché ritiene di potersi sottrarre a una verifica, ma per le conseguenze che questo confronto porterebbe con sé. Ovvero la verifica di una propria non sufficienza di fronte alla storia e la ammissione della propria parzialità. Un vulnus insopportabile per chi ritenga di essere un vero rivelato già in sé.