Recensione
di Cosma Siani, L'Indice, 01/03/2001

Il pane nel forno

Ci troviamo di fronte ad un libro che s'impone per l'impresa che rappresenta, la pubblicazione in sette volumi della Opere in prosa di Carlo Levi, e per la conferma che la reputazione di Levi scrittore si è cristallizzata dal "Cristo" in poi a scapito della sua poliedricità intellettuale. Quando questo progetto editoriale sarà compiuto - con i volumi di critica letteraria e artistica "Tracce della memoria" e "Roma e dintorni", le prose di viaggio, le prose politico-civili e un "Libro degli animali" - la produzione leviana affiorerà nella ricchezza del suo spettro, che dalla narrativa spazia alla saggistica artistico-letteraria, politica e socio-etnologica, al reportage, alla cronaca, alla prosa di costume, ai viaggi, alla memoria. L'impresa, promossa dalla Fondazione Carlo Levi di Roma col supporto di un folto comitato scientifico, si basa sull'archivio personale dello scrittore confluito nella Fondazione stessa, e ultimamente affidato alle cure ordinatrici dell'Archivio Centrale dello Stato. L'intenzione non è (e viene dichiarato) la pubblicazione integrale di Levi - cosa complicata dalla difficoltà di riunire carte distribuite tra il fondo dell'Università di Pavia e il fondo di famiglia in possesso degli eredi di Levi a Torino. Nel progetto editoriale manca, per esempio, la collezione delle poesie di Levi, parte dei cui originali si trova a Pavia. Manca l'epistolario, per cui si dovrebbe ricorrere anche al Fondo torinese. [...] I trentasei pezzi leviani qui raccolti sono tutti editi meno tre. Ora, chi leggeva, per esempio, l'articolo "Le piazze gelose" su «La Nuova Stampa» del maggio 1958, poteva rimanere temporaneamente preso dalla capacità di amalgamare in un tutt'uno inscindibile, cronaca, passione civile, afflato descrittivo, pittura d'atmosfera. Da un'intera collezione di articoli e saggi come la presente, questo carattere della scrittura leviana risalta e ci affascina. Del resto, gli agganci al Levi romanziere sono molteplici, sia perché è lui stesso a farne, sia perché la curatrice li evidenzia nelle note, in cui dà conto di manoscritti, dattiloscritti e testi a stampa. Addirittura, l'inedito "I Dieci", del 1950, è talmente uniforme al Levi dell' "Orologio" che potrebbe essere un abbozzo escluso dall'opera. Altra peculiarità di questa prosa è l'accumulo dei dettagli. Ecco uno scorcio d'agosto ligure intrecciato di percezioni diverse: "Il vento porta l'odore della terra secca, dell'erba arsa, del timo, del ginepro, della maggiorana, dell'origano, della salvia, della menta, dell'alloro, delle ginestre, di mille fiori invisibili, del fumo di qualche lontano fuoco di stoppie". Ed ecco i piani diversi delle risonanze molteplici nella descrizione del pane del Sud croccante di forno a legna: "aveva una fragranza e un sapore meravigliosi, come se tutti i valori e i succhi di quella terra, e il lavoro delle persone, e la solitudine e i pensieri e i secoli, e la semplicità quotidiana, vi fossero raccolti in una saporosa, nutriente, materna quintessenza". Terza notazione, la capacità dell'autore di inserirsi nel mondo meridionale, contadino, e capirlo dall'interno, nella sua anima profonda, con simpatia ed empatia, e non attraverso una distaccata consapevolezza di intellettuale. Lombardi Satriani cita una ben nota recensione di Ernesto De Martino al dialettale Pierro per il concetto di "villaggio vivente nella memoria". Questo è un senso vivissimo in Levi, una chiave della sua sensibilità meridionalista; ma anche della sua memorialità nei confronti della terra d'origine, al Torino dei primi anni del secolo qui evocata tra le pagine piemontesi. E vengono poi le sfaccettature innumerevoli dei suoi generosi interessi. Levi parla di giovani disoccupati, di emigrazione; rievoca episodi della guerra e della resistenza; ricorda luoghi e personaggi del Piemonte; riporta con densa partecipazione le inondazioni del Polesine, la tragedia di una miniera di zolfo siciliana, i rituali religiosi di paesi del Sud; rimembra l'ambiente e le impressioni dell'infanzia; divaga sull' "infinita contemporaneità del tempo", su risonanze intime legate alla Finestre, sulle delizie del sigaro toscano; teorizza in modo personalissimo "L'arte e gli italiani"

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