Recensione
di David Bidussa, il manifesto, 06/03/2001

Verso Sud, l'apprendistato di un intellettuale

Le mille patrie - a cura di Gigliola De Donato, introduzione di Luigi Maria Lombardi Satriani, Donzelli - è la raccolta che inaugura una collezione di volumi che inaugura l'attività di pubblica scrittura di Carlo Levi. Nel piano dell'opera presentato all'inizio di questo primo volume, la raccolta si articola per aree disciplinari e tematiche e per modalità di scrittura. È un impegno editoriale di grande rilievo messo in cantiere dalla Fondazione Carlo Levi che conserva i manoscritti e i testi di Levi e che si inserisce nell'arco delle iniziative che accompagneranno tra quest'anno e il prossimo le celebrazioni del centenario dalla nascita. Carlo Levi non è mai stato assente dagli scaffali delle librerie italiane e Cristo si è fermato a Eboli, in un qualche modo, costituisce un classico nel percorso di lettura dello studente medio. Ma entro quale cornice si inserisca quel testo e a che cosa alluda la prosa di Levi resta difficile dirlo, soprattutto se l'immagine pubblica che ne resta rischia di schiacciarsi su una retorica. Una retorica che oggi si gioca sull'immagine degli azionisti «utili idioti» in un partito «mangiauomini» come viene spesso raffigurato il Pci o comandato da «mostri» secondo una vignettistica che «L'on. Palmilio» - un giornale satirico vicino ai comitati civici di Gedda nel 1948 - aveva importato e a cui non dovevano essere estranee le stesse matite che negli anni '30 disegnavano l'ebreo usuraio e negli anni '40, ai tempi della repubblica sociale, gli americani come popolo selvaggio, stupratore di vergini europee. Levi, peraltro, di questa retorica doveva essere consapevole, se nel Quaderno a cancelli - scritto nella fase della sua cecità, nel 1973 - annota «...se non avessi avuto per me l'organizzazione del Partito comunista, senza la quale tanti buoni propositi sarebbero rimasti tali, tante iniziative non sarebbero state neanche incominciate». Il problema culturale intorno alla figura di Carlo Levi risponde ad altre questioni e risponde a quella che si potrebbe chiamare la storia di un apprendistato. Questo apprendistato è testimoniato da un reincontro tra gli intellettuali del Nord e il mondo del Sud. Un apprendistato che non si fonda su una pulsione soggettiva, su «una voglia», ma che spesso origina da una condizione di obbligo, o comunque di vincolo. Il Mezzogiorno d'Italia, da Napoli in giù, ha costituito un topos essenziale nella presa di coscienza dell'intellettualità europea tra Cinquecento e Ottocento. Il «Viaggio al Sud» stava in una tradizione che s'interrompe alla fine dell'Ottocento e a cui, in qualche modo, contribuisce la trasformazione dell'immagine del Mezzogiorno: da paesi di «selvaggi» e primitivi, a cui guardare con simpatia e compassione, a «questione meridionale», ovvero a problema nazionale vissuto come handicap ai ritmi di sviluppo del neo Stato italiano. Il Mezzogiorno appare allora come un territorio abitato non da barbari da guardare con simpatia, bensì da una sorta di «razza maledetta» da emendare, da correggere, che vive in una condizione ineluttabile di degrado e nei cui confronti la civiltà - l'ordine - deve presentarsi con la figura del gendarme, o con quella del terapeuta. Paradossalmente è l'esperienza del confino di polizia a far reincontrare Nord e Sud. In alcuni casi è un incontro privo di emozione, al massimo sollecita una curiosità priva di indagine, magari anche simpatetica ma che ci consegna una realtà macchiettistica. È il caso, per esempio di Cesare Pavese che pure avrebbe avuto molti strumenti per guardare al mondo dei primitivi con occhi profondi (dalle sue note di diario risulta che l'incontro con Frazer con le pagine de Il ramo d'oro è molto precedente all'esperienza del confino e comunque quei temi non gli sono suggeriti solo dal magistero di Ernesto de Martino). In altri casi - ed è l'esperienza di Levi - l'incontro col Mezzogiorno è un modo di interrogarsi con la propria formazione culturale. Cristo si è fermato a Eboli è impensabile senza l'esperienza del confino. Ma significativamente non è un diario, né la storia di un privato che s'incrocia con la grande storia. È, invece, la radiografia di un passaggio: quello dell'intellettuale che è costretto a scoprire la dimensione umana, la storia e la connessione tra paesaggio e carattere, la costruzione degli immaginari collettivi. Mille patrie è esattamente questo: la ripresa di molti temi che hanno trovato una rapida riflessione nelle pagine del Cristo e che si accompagnano a quei mondi antichi (la Sicilia, la Sardegna, l'Urss e anche per certi aspetti le due Germanie che Levi descriverà nei suoi libri di viaggio), ma anche la scoperta di un altro paese. «L'Italia - scrive Levi nelle sue note sul "Mito dell'America", il testo che apre la raccolta - è davvero come un grande, mitologico carciofo, un fiore verde e viola, dove ogni foglia ne nasconde un'altra, ogni strato copre un altro strato, gelosamente nascosto. Chi sappia staccare le foglie esterne, scoprirà cose impensate, in un difficile viaggio nello spazio e nel tempo». In mezzo sta la campagna di Torino e della campagna offesa dalle inondazioni del Polesine secondo uno scenario che da allora abbiamo visto decine di volte in questo paese e che forse rischia talora di trasformare i luoghi offesi in «non luoghi» (questa sembra essere la parabola di Sarno), la nostalgia dello spazio urbano e delle piazze, il paesaggio delle Langhe. Ma in mezzo ci stanno soprattutto gli uomini e la storia. La storia del paesaggio non è solo consapevolezza di un continuo corpo a corpo tra uomo e natura come ha più volte insistito in questi anni Piero Bevilacqua (si veda per tutti, Tra natura e storia, Donzelli), sulla scorta della lezione di Marc Bloch e poi di Emilio Sereni. Ma è anche, e forse soprattutto, la stratigrafia degli interventi sul paesaggio al di là della natura. Nelle brevi note che Levi dedica alle scritte del periodo fascista rimaste sui muri dell'Italia non sta solo l'indolenza di una rimozione per sovrapposizione, e in cui permane una traccia di antico nel nuovo, ma anche la scoria di ciò che ci portiamo dietro faticosamente e da cui non ci dimettiamo, ogniqualvolta il nostro «Io» viene rimesso in questione dalla storia o, più prosaicamente, dalle nostre disavventure. «I simboli - osserva Levi - contano come le cose reali; le creano. Questa fu la maggiore, forse l'unica scoperta di Mussolini prima di Hitler, il rituale crea i fedeli, gli idoli diventano dei fasci, camicie, teschi, scritte sui muri, balilla, alzabandiera. Finché questi simboli rimangono significa che qualcosa è rimasto (e, difatti, è rimasto) degli idoli che essi formano e creano».