Recensione
di Goffredo Fofi, Il Sole 24 ore, 11/02/2001

Esploratore delle mille anime di'Italia

La Fondazione Carlo Levi dà il via con questa raccolta alla pubblicazione delle "opere in prosa" di Carlo Levi in molti volumi. [...] Le mille patrie è un libro bello in sé, perché le prose d'occasione di Levi sono tra le più varie e generose che in questo secolo sono state dedicate al nostro Paese da parte degli scrittori italiani, più curiosi e vagabondi [...]. Nel libro compaiono testi di varia destinazione, per esempio le due asciutte ricostruzioni di episodi della Resistenza come la strage di Valluccione e l'insurrezione di Matera, la prima città a ribellarsi agli occupanti nazisti nel '43, o i ritratti di piemontesi illustri come Luigi Einaudi e il capo partigiano Livio Bianco, o le notazioni cronachistiche sull'alluvione del Polesine e certi scandali politici, ma a colpire di più sono forse certe descrizioni di paesaggi, di volti, di luci, di finestre, di terre...dove lo scrittore si appoggia al pittore e occhio e penna si confondono in una prosa evocativa vigile e chiara. [...] Nonostante la miseria, l'arretratezza, il sottosviluppo, o com'altro la cultura ufficiale ha chiamato la realtà di quell'Italia, quell'Italia era Italia, sembra dire Levi [...]. E l'Italia di oggi? si capisce meglio la diffidenza che il progressismo di sinistra ha avuto in quegli anni nei confronti di Levi, la stessa che concerneva la proposta di un socialismo federalista e di un capitalismo di stampo olivettiano. La parola "populismo" fu usata spesso e volentieri contro Levi e altri come lui, che non vedevano virtù in un progresso selvaggio (automobile, televisione, cemento, plastica e tutto il resto) ma, a ritroso, chi aveva ragione? Un "popolo" c'era allora, e ora non c'è, un paesaggio, un'armonia, una civiltà, una "città". Il pensiero di Levi non era passatista, era un pensiero dinamico che però fondava le sue svolte sul preciso terreno di una civiltà, di un incontro consolidato di natura e cultura, e diffidava dello stato accentratore e di un modello unico di convivenza. Non sappiamo quanto sia utile aprire quelle polemiche, mettere il dito in piaghe che sarebbe comunque più produttivo indagare che non le ennesime contiguità fascismo-antifascismo. L'elogio leviano dell'Italia dei vituperati anni Cinquanta è più razionale e convincente di quello di Pasolini, ed è dettato da un amore per il nostro paese che, oggi, può riempirci di uno struggimento temperato dall'ira per ciò che è stato, per la complicità di tutti nella mutazione-distruzione. La domanda da farsi è dunque: «È ancora possibile amare l'Italia, apprezzarne e difenderne la residuale scarsa bellezza? E, se sì, come, secondo quale "progetto", con quale carico di nuove responsabilità?»