Recensione
di Pierangela Rossi, Avvenire, 31/10/2000

Carlo Levi: Io il Sud e la Mia patria

Quando Carlo Levi ha visto per la prima volta i sassi di Matera, dove le famiglie abitavano negli antri del tufo, era il tempo del fascismo: «La segregazione in cui vivevano ci apriva gli occhi sulla eterna segregazione contadina». Su Matera, dice Levi, dove «l'antica miseria e l'antico dolore pare guardino dai neri occhi delle porte», sono state scritte le pagine «più appassionate e più nere» di Cristo si è fermato a Eboli. E quando Levi tornava ritrovava pensieri e immagini più concrete e nelle «prigioni di pietra» il senso di una «sempre rinascente libertà». Tutto questo lo racconta, in un reportage su «L'illustrazione italiana» del 1952, per dar conto di un episodio della Resistenza al nazifascismo: secondo Levi, il primo. In Lucania nel 1935-36, Levi era stato mandato al confino per l'attività politica. Lui, torinese di «Rivoluzione liberale»; di «Giustizia e libertà», nipote del socialista Treves, pittore e medico, non dimenticò più la miseria dei contadini: non solo nel Cristo (1945), ma anche nei reportage successivi, o nei discorsi in Parlamento. Fino, si direbbe, all'idealizzazione delle «guerre contadine». Il volume Le mille patrie, che esce il 9 novembre da Donzelli a cura di Gigliola De Donato, raccoglie appunto alcuni dei reportage che Levi scrisse sull'Italia e sul Sud negli anni Cinquanta - in questa pagina pubblichiamo l'inedito «L'Italia e il treno» - e altri volumi del corpus sono in preparazione, dal materiale raccolto alla «Fondazione» di Roma e al «Fondo manoscritti» di Maria Corti. L'introduzione a Le mille patrie di Luigi Lombardi Satriani sottolinea anche come l'opera di Levi sia stata di impulso agli studi di antropologia (a Matera - dice Levi - andarono poi i gruppi di studio). Ma Matera non è che il simbolo di una più generale povertà, soggezione e lontananza dallo Stato del Sud: il tutto è una forma di schiavitù, di «anarchica solitudine in un mondo ostile», un mondo «senza tempo e senza storia», dove nascono speranze quindi di Paradisi tradotti nel mito dell'America, nella realtà dell'emigrazione. Eppure anche qui ecco i segni di un «nuovo costume». Che va ad aggiungersi alla «tristezza e nobiltà di una popolazione ricca più di ogni altra di virtù antiche, di pazienza, di ospitalità, di comprensione umana, di senso originale della giustizia: ma offesa dalla natura e dagli uomini». È la «pazienza contadina» che Levi - negli anni Cinquanta - vedeva in mutamento. Chi sia interessato al mondo poetico di Levi, in questo Mille patrie troverà scritti giornalistici anche sul resto d'Italia.