Recensione
di Paolo Di Stefano, Corriere della Sera, 03/11/2000

Carlo Levi: radiografia di un'altra Italia

E' davvero un'enciclopedia antropologica dell'Italia anni Cinquanta, questo libro di Carlo Levi, che raccoglie i testi dispersi dello scrittore torinese (primo di sette volumi che riuniranno la saggistica politica, socio-etnologica, artistica e letteraria, i reportages di viaggio). Uno splendido libro si potrebbe dire, se non si temesse che l'abuso dell'aggettivazione iperbolica possa assimilarlo a tanti altri che escono quotidianamente: tutti (o quasi) straordinari, eccellenti e via di questo passo. Dunque, sarà meglio dire: un libro utile, anzi indispensabile. Un'enciclopedia antropologica dell'Italia fotografata negli anni del suo massimo mutamento: dal mondo contadino alla modernità. Ma Le mille patrie è anche la dimostrazione chiara, come afferma Luigi Maria Lombardi Satriani nell'introduzione, che la fortuna di Levi, e cioè il successo ottenuto con Cristo si è fermato a Eboli , è stata anche la sua sfortuna: Carlo Levi è considerato, nell'accezione comune, l'autore di un solo libro. Eppure, chi non conosce L'orologio (1950) e Le parole sono pietre (1955) farebbe bene a rimediare. Aggiungendo magari questi articoli, interventi e reportages scelti nello sterminato archivio dello scrittore. Per cogliere il valore di questi scritti, in parte pubblicati in sedi disparate, in parte inediti, si potrebbe procedere ad apertura di libro, semplicemente. Ma si potrebbe anche cominciare lasciando risuonare nell'orecchio un'autopresentazione in forma di lettera (a Giulio Einaudi) preparata nel '63 per il Cristo . Che, osserva Levi, «mi pare oggi il primo momento di una lunga storia, che è continuata modificandosi, e continua diversa, in me e nelle cose e nei fatti e nei cuori degli uomini, e in tutti i libri che ho scritto, e in quelli che scrivo e scriverò (e che tu pubblicherai), fino a quando sarò capace di vivere la contemporaneità e la coesistenza e l’unità di tutto il reale, e di intendere, fuori della letteratura, il senso di un gesto, di un volto, e della parola, come semplice, poetica libertà». Una chiusa impegnativa, senza dubbio. E coraggiosa. Tanto più se riletta oggi, quando il valore morale della scrittura, almeno in Italia, appare come un penoso residuo dei tempi andati. Invece queste Mille patrie («uomini, fatti, paesi d'Italia», percorsi in lungo e in largo, visti, conosciuti e amati) si accendono continuamente di passioni, risentimenti e stupore di fronte alla orribile e bellissima realtà del nostro Paese. Perché ogni testo (che tratti l'emigrazione meridionale in America, l'incanto della città di Alba, la casa materna, l'architettura fascista o il rapporto dei cittadini con l'arte) prende avvio dall'osservazione della realtà, intersecando, con potente densità, diversi livelli discorsivi: storico, etnografico, etico, politico, cronachistico-narrativo, memoriale-autobiografico, intimo, persino poetico. Sicché il motivo collettivo e quello individuale si mescolano, anzi l'uno sostiene e dà luce all'altro. Basti qualche esempio tra i tanti che si potrebbero scegliere. Saturno è geloso prende spunto dalla sparizione del toscano con un bell'incipit: «Mio nonno fumava il toscano: alto, diritto, con la testa ricciuta lassù, nella nuvola, dove l'occhio del bambino stentava quasi ad arrivare, sopra la mantellina lunga, verso il cielo. Mio padre fumava talvolta il virginia sottile, e troppo esile...». E così via anaforicamente: «I contadini fumano il toscano... Quanto a me, sono passato fin dal principio allo stato di fumatore di toscani». Vengono via via rievocati: il confino in Lucania, la prigionia, dove «fumare poteva essere un rimedio contro l'astrattezza del tempo»; la diversa distribuzione dei toscani sul territorio (i «toscani dei poveri» andavano, ovviamente, al Sud); un'inchiesta di Mario Soldati sul tema: «meravigliosa: e soprattutto moralistica». Per osservare che: «non c'è nulla da fare contro il mutare e il perire dei tempi: soltanto conservare in sé la virtù che le cose vanno perdendo». E poi si riprende con un divertente spaccato di vita quotidiana, l'incontro con il tabaccaio e una tipologia del soggetto professionale: il tabaccaio indifferente e il tabaccaio servile verso i funzionari statali, Giudici Supremi, Arcangeli con la tromba, in grado di annichilire l'esercente che osasse lamentare la mediocre qualità di un prodotto «insieme nobile e popolare». Quante cose, in poco più di due paginette! Per non parlare del magistrale servizio sull'alluvione del Polesine: c'è la storiografia che narra le catastrofi naturali legate al Po (da Paolo Diacono in giù), c'è la storia fisica del Paese, c'è la cronaca narrata dalla parte dei dispersi e delle vittime («Ho visto, tutti hanno visto...»), ci sono le fantasie e le mitologie dell'acqua, le testimonianze dirette, il dolore; una dura denuncia contro le omissioni dello Stato e le lacune dell'informazione; la descrizione appassionata del paesaggio stravolto: «Si continua a navigare in silenzio, sull'acqua dove anche le case e i fili e un lontano camion salvato su un pezzo di argine emerso sembrano elementi di una natura antichissima e indifferente... Non ci inganni il vago incanto della laguna, di questo mondo naturale, rovesciato e funesto».