Recensione
di Patrizia Zambrano, diario, 09/02/2001

Tesori d'ambasciata

Il saggio lungo di Silvia Ginzburg su Annibale Carracci a Roma ha un andamento veloce e al tempo stesso sincopato tipico del ragionare a voce alta. La lettura è perciò appassionata, sia quella dell'autrice che quella del lettore. Annibale Carracci è un artista di cui pare non ci sia più nulla da dire. È anche per questo che il saggio stupisce, per il modo in cui capovolge e ripropone la questione dell'alterna vicenda critica - fortuna e sfortuna - del pittore, e per la capacità di cercare tra le pieghe di un percorso dato per scontato i punti deboli e ribaltarli. Senza infingimenti dunque si guarda ai documenti, alle tradizioni, alle fonti antiche e recenti e soprattutto alle opere - specie il Camerino e la Galleria Farnese - messe sul tavolo del vivisettore e rilette senza pregiudizi. È perciò un libro che susciterà polemiche, per il modo in cui è scritto, per le pseudo certezze che è capace di scardinare, per il coraggio, raro in questi tempi, di affrontare il nodo cruciale della storia dell'arte. Esemplare il capitolo dedicato ai rapporti con Caravaggio nel quale la Ginzburg mette uno di fronte all'altro i due titani, per quello che dovettero essere, al di là del pettegolezzo secolare, due artisti reciprocamente attenti a studiarsi a vicenda più che a gareggiare. Al centro del libro sta il Camerino dipinto in Palazzo Farnese (oggi Ambasciata di Francia), solitamente «schiacciata» dalla clamorosa Galleria Farnese che gli sta a pochi passi di distanza e quindi poco conosciuto perché difficilmente accessibile e danneggiato da antichi restauri che proprio la Ginzburg ha notato e di cui ha saputo capire quanto abbiano ostacolato l'apprezzamento dell'insieme. Gli affreschi raffigurano soggetti alludenti alla celebrazione della virtù, cioè la scelta tra vizio e virtù, tra vita contemplativa e vita attiva e sono tesi a celebrare la carriera ecclesiastica di Odoardo Farnese che ne fu il committente. La tesi di fondo che anima il saggio è semplice e nasce da una constatazione, che cioè proprio nel Camerino Annibale registra le novità conosciute a Roma dopo il suo arrivo nel 1595, e che in esso manifesta la sua personale reazione all'antico, a Michelangelo, a Raffaello. Simili innovazioni convivono però con tratti ancora dichiaratamente cinquecenteschi. Ed è qui che Ginzburg dimostra che la lettura «filologica» non può che essere strettamente legata ad una rilettura critica della vicenda biografica e stilistica del pittore che cioè: «Nell'ottica secondo cui giovinezza del colore e maturità del disegno sono separate e contrapposte, il Camerino non poteva venire percepito come sostanzialmente lombardo, altrimenti l'Annibale romano avrebbe finito per risultare incomprensibile. Si fosse trattato di un altro pittore, la convivenza di stili diversi che emerge avrebbe portato a una differente valutazione sollevando altri interrogativi: ma nel caso di Annibale Carracci un intero capitolo della storia della critica e della storia dell'arte italiana spingeva perché la disomogeneità stilistica sfociasse nella spiegazione che si è data - il Camerino come opera di passaggio - e nella datazione che essa forzatamente porta con sé». Infatti nelle letture che ne sono date vi sono quasi due pittori, l'Annibale giovane e naturalista di formazione settentrionale che si esprime con il colore e l'Annibale maturo e idealista fedele continuatore di Raffaello per il quale dunque prevale il disegno e che diviene, nella costruzione tradizionale del contesto romano di primo Seicento, l'anti-Caravaggio. In tutto ciò il Camerino resta un frutto ibrido, la Galleria è la matura messe di un genio. Ma, come giustamente suggerisce l'autrice, l'ibrido è intenzionale e va datato qualche anno dopo proprio per permettere al pittore la maturazione che appare evidente. Di grande interesse a questo proposito è il ragionamento sull'uso del linguaggio: Annibale è infatti celebrato dai suoi primi critici proprio per di praticare più stili contemporaneamente e dunque la persistenza di accenti lombardi e bolognesi negli anni romani necessita di altre spiegazione che vadano al di là di una datazione precoce, per esempio la collaborazione nel progetto del fratello Agostino assieme con un voluto ritorno al modello di Correggio «per scelta critica consapevole». La revisione della datazione e del senso del camerino porta così necessariamente ad un totale della vicenda della ben più nota Galleria e questo è, già di per sé, un evento sismico nel sonnacchioso mondo degli studi. Al di là delle apparenze non si tratta solo di spostare di qualche tempo l'esecuzione di queste opere, ma di capire meglio come avvenne e quali conseguenze ebbe l'arrivo di un genio come Annibale, con il suo bagaglio settentrionale in un tritacarne come la Roma del primo Seicento nella quale alla fine non solo sopravviverà, ma risulterà uno dei trionfatori della scena.