Recensione
Redazione, Rainews24, 09/08/2000

Quel labirinto dello Zibaldone

Esce in libreria in questi giorni il quarto volume delledizione tematica dello Zibaldone di Giacomo Leopardi, Teorica delle arti e delle lettere, un'edizione che raggruppa i pensieri del poeta per temi specifici, forse il testo più labirintico e ostico della nostra letteratura. E' l'occasione per riprendere in mano un classico e per scorgervi l'eterna modernità dell'intelligenza che spiega molte cose e a molte cose dell'uomo sa dare un nome. Abbiamo intervistato Antonio Prete, prefatore del libro e uno tra i maggiori leopardisti contemporanei.

Allora professore, c'è un progetto specifico di Leopardi dietro questa edizione dello Zibaldone tematico o c'è piuttosto il bisogno del lettore o dell'editore, se vuole, di orientarsi nel grande mare dei pensieri del poeta?

Non direi che l'opera nasca da una operazione arbitraria. In Leopardi nell'estate e nell'autunno del 1827 era nata l'esigenza di fare pulizia ed ordine nei propri pensieri, di ritrovarli e di ritrovarsi in essi, un po' come facciamo tutti quando rimettiamo apposto casa dopo qualche tempo di disordine. Leopardi aveva in mente una sorta di libro virtuale, di libro potenziale da sviluppare con il lavoro e la ricerca filosofica che aveva già svolto nei pensieri dello Zibaldone. La divisione ed il piano dell'opera della Donzelli, nei tre volumi editi fino ad ora e in questo quarto, (Il trattato delle passioni, Manuale di filosofia pratica, Della natura degli uomini delle cose) rispettano fedelmente la volontà dell'autore che risulta dalle sue polizzine, i rimandi numerici tra i diversi pensieri scritti di suo pugno, e danno carta e pagine a quel libro virtuale di cui parlavo.

La natura, gli uomini, le cose le arti e le lettere. Perchè questi temi e soprattutto che valore avevano per Leopardi?

Si può senza esagerazione dire che in tutto il pensiero leopardiano questi temi avevano un carattere definitivo, nel senso che attorno a queste questioni Leopardi cercava quasi il senso ultimo delle cose, in una sorta di metafisica della terra e della vita umana. La natura era stata e sarà sempre in Leopardi la domanda attorno alla quale lascerà partorire le sue idee e dal momento in cui manifesta l'intenzione di collegare i suoi pensieri attorno ad un progetto di libro filosofico, in una sorta di libro o saggio possibile, si assiste quasi ad una ricerca affannata del senso ultimo delle cose umane. Sono temi che lo rincorreranno per tutta la durata della sua esistenza, quasi come una ossessione e che lo porteranno alla Ginestra, quel manifesto programmatico di alleanza tra la naturalità degli uomini, costituita dai sentimenti e dalla solidarietà, contro la Natura matrigna, come abbiamo imparato sui banchi di scuola.

Ecco ha appena accennato ad un'altra domanda: il conflitto tra la natura e la cultura.

Si questo è un po' il luogo comune del pensiero leopardiano, che però, a mio giudizio è stato alquanto amplificato. La Natura in Leopardi, negli anni tra il '18 ed il '21, era vista come l'entità in opposizione netta con tutto quello che sotto il nome di cultura poteva farsi rientrare nel processo di snaturamento degli esseri umani, ovverosia la ragione, il progresso, le istituzioni e le strutture sociali. Questa distinzione netta però con il passare del tempo viene a cadere, non tanto perché non esista o sia inventata, ma piuttosto perché Leopardi smette l'abito del manicheo, smette di dividere tutto in bianco e nero, e approda alla fase della sua ricerca più alta, quella del pensiero aperto, quella del pensiero senza risposte o etichette e diviene libero di fare delle domande la sola vera e reale conoscenza umana. Aveva cioè smesso di sperare di recuperare la naturalezza umana, che aveva raffigurato nella immagine del fanciullo o in quella dei popoli antichi, i quali per lui diventano solo categorie attraverso le quali leggere e criticare la modernità, e aveva accettato in tutto e per tutto la evidenza ed il dolore di quel contrasto. Dalle operette morali in poi la domanda che lo interessa è: come vivere, come abitare la natura in un mondo così tanto snaturato? la sola risposta che era riuscito a formulare era scrivere, e soprattutto scrivere poesie, perché riteneva che il senso poetico e il senso fantastico coincidessero in tutto con il naturale. Una specie di teoria ecologista interiore, se vuole. Bisognava insegnare agli uomini a non aver paura di reagire all'incivilimento attraverso la poesia che è in loro. Lui, forse, c'è riuscito.

Professore, Leopardi aveva uno spirito profetico incredibile. In alcuni pensieri utilizza parole assai postmoderne: omologazione, creazione di falsi bisogni con cui dominare i desideri e i destini umani.... tutte cose del nostro tempo insomma.

In effetti fu molto profeta, come del resto negli stessi anni e senza conoscersi erano profetici gli scritti politici di Tocqueville. Quando ad esempio parla della lingua francese e di come la moda intellettuale del francese avesse contagiato tutti gli strati culturali del suo tempo, Leopardi usa esattamente la parola omologazione, appiattimento delle culture umane ad una sola ed unica. Quello che oggi succede con l'inglese, né più né meno. Era già per lui questo il segno della distruzione dell'individuo, della sua omologazione appunto al pensiero unico, di quel processo di incivilimento cioè e di snaturazione del soggetto umano portato alle estreme conseguenze. Pensi solo a come considerava la guerra: per lui era l'espressione suprema di questa civiltà, era esattamente il modo in cui la civiltà era riuscita ad imporre l'astrazione e la cancellazione della corporeità al punto che uccidere un corpo era un azione perfettamente asettica e civile. Pensi al Nazismo, pensi alla Bosnia o al Kossovo, pensi alle bombe della Nato.... e tutto questo lo diceva circa cento sett'antanni prima che il fenomeno prendesse le misure e le fattezze che oggi gli riconosciamo. Un genio, un vero genio totale che sapeva esattamente dove sarebbe finita l'umanità. Se si fosse letto tutto Leopardi, avremmo ridotto assai il valore de L'uomo ad una dimensione di Marcuse. Molto era già stato detto sul conformismo universale, sul conformismo ed il totalitarismo che doveva nascere dentro le democrazie del capitale e distruggere l'uomo. E lo aveva detto il nostro Giacomo Leopardi.