Recensione
di Andrea Tagliapietra, Il Gazzettino di Venezia, 04/07/2000

Nei percorsi della coscienza

«Conosci te stesso!». Con la celebre esortazione di Socrate la nozione di coscienza fa il suo ingresso nella filosofia greca, diventando uno dei luoghi classici su cui si è esercitata, nel corso della storia del pensiero occidentale, la riflessione introspettiva e l'analisi di sé. Ma, a dispetto della sua antica comparsa al centro del discorso filosofico e della sua intrinseca pensosità, la coscienza è, nel succedersi dei filosofi e delle loro filosofie, una nozione quantomai sfuggente e sfaccettata, un concetto camaleontico che muta e ridisegna il suo profilo a seconda dei sistemi, delle epoche e delle mentalità. Centro unificatore dell'esperienza dell'io a partire da Cartesio lungo quell'asse della filosofia moderna che, passando per l'«io penso» di Kant, giungerà fino ad Husserl e alla sua fenomenologia, la coscienza, alle soglie della contemporaneità, si scopre, al contrario, come una galassia nebulosa, come un esercito mobile di metafore, come un'identità frammentata e dispersa in cento specchi.«Ci sono nell'uomo - scriverà Nietzsche nella "Gaia scienza'' - tante "coscienze" quanti sono gli esseri che, in ogni istante della sua esistenza, costituiscono il suo corpo». E, in "Aurora", lo stesso Nietzsche paragonerà ciò che noi chiamiamo coscienza al «commento, più o meno fantastico, di un testo inconscio, forse inconoscibile, e tuttavia già sentito». Alla chiarificazione di questo testo misterioso, ma che sempre ci accompagna, come un sordo rumore di fondo, vuol dare un contributo prezioso, oggi, il bel volume, a cura di Luca Gabbi e Vittor Ugo Petruio, "Coscienza. Storia e percorsi di un concetto", appena uscito per i tipi di Donzelli Editore (pagine 212, lire 35mila). In "Coscienza" si raccolgono gli atti del convegno omonimo, svoltosi a Ravenna nell'ottobre del 1997 per la cura dell'Associazione culturale "don Giovanni Buzzoni", a cui presero parte illustri studiosi di varie discipline (Francesco Adorno, Arnaldo Benini, Glauco Carloni, Giovanni Cavalcoli, Luca Gabbi Alessandro Ghisalberti, Giuseppe Girgenti, Piero Mazzucca, Luciano Mecacci, Mario Miegge, Vittorio Possenti, Carlo Sini, Paolo Taroni).Ecco allora che, accanto ad una sorta di breve storia della nozione di coscienza che privilegia la linea maestra del pensiero filosofico occidentale, da Platone e Agostino, passando per Abelardo e Tommaso d'Aquino, fino alla fenomenologia del ventesimo secolo, il volume ospita incursioni in campi affini, come la psicoanalisi, la psicologia o le neuroscienze, ma anche, complice la polisemia del concetto, l'economia e la sua etica («Può un'impresa avere una coscienza?», si chiede, per esempio, Luca Gabbi nel suo intervento). Coscienza, del resto, è parola centrale nell'articolazione della cultura che su di essa elabora, mediante una gamma di aggettivazioni diverse, nozioni talvolta anche assai distanti, tenute assieme, per dirla con Wittgenstein, da una sorta di «aria di famiglia». Si parla, così, di "coscienza morale" e di "coscienza psicologica", di "coscienza religiosa" o di "coscienza pedagogica". C'è l'"obiezione di coscienza" e la "libertà di coscienza", la "coscienza dei propri diritti" e la "coscienza dei propri doveri". Come scrive Vittorio Possenti nel saggio che apre il volume, sono almeno due i plessi principali che distinguono il campo semantico della nozione di coscienza: la "coscienza come consapevolezza" e la "coscienza come coscienza morale". La prima è ciò che manifestiamo mediante l'espressione "esser coscienti di", la seconda è quella nozione che corrisponde alla capacità di discernere il bene dal male. L'ambiguità del concetto di coscienza è, quindi, maggiormente avvertita nelle lingue neolatine, ove "coscienza" - in francese "conscience" - nomina entrambi i plessi semantici, mentre sia il tedesco che l'inglese differenziano "Bewusstsein" e "consciousness", che indicano la coscienza psicologica, da "Gewissen" e "conscience", che si riferiscono, invece, alla coscienza morale. La nozione di coscienza spalanca, così, il duplice cammino dell'identità e dell'alterità: identità che la coscienza psicologica elabora non senza contraddizioni, difficoltà ed aporie, alterità che è fondamento indispensabile per lo sviluppo della moralità. Qui lo iato fra coscienza psicologica e coscienza morale, accresciutosi nell'ambito della filosofia post-cartesiana, mostra, forse, la necessità di una sua superiore ricomposizione, dove la pensosa riflessione degli antichi e dei medievali intorno al complesso enigma dell'anima può fecondamente incontrare gli interrogativi delle moderne neuroscienze, alle prese con la distinzione mente-corpo e con l'irriducibilità della coscienza alla mera attività biologica del cervello.