Recensione
di Vincenzo Consolo, Liberazione, 22/12/1999

Fiabe siciliane

Racconta Maxime du Camp che Alexandre Dumas seguì l'impresa di Garibaldi, da Marsala a Napoli, inviando corrispondenze a Parigi, con lo scopo di ottenere, ad Unità avvenuta, la direzione degli scavi di Pompei. L'aspirazione di Dumas scaturiva certo da quel fervore per il mondo antico che i diari dei viaggiatori, a partire dal Settecento, avevano suscitato. E nella Francia dell'Ottocento particolarmente, dove Rivoluzione e Impero napoleonico avevano preso a modello l'antichità classica, i viaggiatori stranieri avevano anche fatto aprire o riaprire gli occhi ai meridionali sulla ricchezza archeologica della loro regione: avevano fatto vedere quello che per troppa vicinanza era diventato invisibile. Ma oltre i templi e i teatri, le città tornate "al celeste raggio/dopo l'antica oblivion, quei viaggiatori non potevano far vedere un altro grande patrimonio, più antico dei ruderi greci o romani, remoto, secondo Propp, che è la cultura popolare ingenere e la tradizione della fiaba in particolare. Per conoscere questo patrimonio, bisognava sostare, imparare la lingua dei parlanti, raccogliere dalla viva voce dei popolani canti, proverbi, motti e soprattutto il racconto favoloso o leggendario, fissarli nella scrittura. C'erano stati sì in passato illustri "favolisti" italiani ma questi autori avevano ricreato" il racconto popolare, avevano scritto le "loro fiabe. Quelli che gettarono le basi della nuova scienza folklorica, di questa diversa archeologia, furono gli straordinari fratelli Grimm. Le loro Fiabe del focolare erano in qualche modo la fedele restituzione scritta del dettato popolare. Gli studi di folklore o di demopsicologia, dopo quel primo impulso germanico, si svilupparono in vari paesi d'Europa. Ma in Italia sembrava regnare il silenzio. Così lamentava Giuseppe Pitrè nella prefazione alla sua raccolta in quattro volumi di fiabe siciliane Il movimento intellettuale iniziato dai Grimm fu in india non guari seguito in Germania e fuori: e molte furono le novelle e le tradizioni d'ogni sorta messe in luce dopo il 1812 . A tanto fervore di studi l'Italia non ha preso parte veramente attiva. Li fa i nomi, il Pitrè,degli studiosi stranieri che invarie parti d'Italia a Venezia, a Livorno, nel Tirolo, a Roma - hanno raccolto fiabe, le hanno tradotte e diffuse nei loro rispettivi paesi. Novantadue ne raccoglie nelle provincie di Messina e Catania la signora Laura Gonzenbach scrive. E' dunque la prima, la Gonzenbach, ad arare in quel campo della novellistica siciliana, di una popolazione in cui il retaggio di più culture aveva reso quanto mai ricchi, variegati, canti, usi, costumi, racconti orali. Su questo patrimonio il Pitrè lavorerà, stenderà, quella sua vasta Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane. Insieme a lui e dopo lui, tanti altri, da Lionardo Vigo a Salvatore Salomone-Marino, a Serafino Amabile Giastella, fino a Giuseppe Cocchiara e oltre. A questo patrimonio popolare attingeranno gli scrittori veristi siciliani. Chi era la pioniera della favolistica siciliana, chi era quella Laura Gonzenbach che nel 1870, cinque anni prima delle Fiabe, novelle e racconti dei Pitrè, pubblicava a Lipsia, Sicilianische Mirclien? Poco si sapeva dì lei: il terremoto di Messina dei 1908 ne aveva cancellato la memoria, disperso i testi siciliani delle fiabe da lei raccolte. E' stata la studiosa Luisa Rubini, curatrice di questo volume, a far riscoprire da noi Laura Gonzenbach con il suo saggio dal titolo fiabe e mercanti in Sicilia - La raccolta di Laura Gonzenbach. La comunità di lingua tedesca a Messina nell'Ottocento (Olschki, Firenze 1998), le cui linee essenziali vengono riprese nell'introduzione che segue. Uno studio, quello della Rubini, ampio, accurato, con vasto apparato di note, di riferimenti bibliografici. Apprendiamo così dalle notizie sulla vita di Laura Gonzenbach, e su quella della sorella, la pedagogista Magdalena, che questa giovane intellettuale, nata a Messina nella comunità svizzera di lingua tedesca, collegata con studiosi come Hartwig e Kohier, era andata, nella sua ricerca etnologica, nel senso opposto a quello in cui sarebbe andato il Pitrè, come conferma la lettura di queste fiabe. Il Pitrè e i suoi epigoni avevano per molti versi mitizzato il mondo popolare siciliano, creduto il primitivismo sede del candore e della bontà. Scrive Calvino: Nei folkloristi del secolo passato la scienza si colora delle suggestioni culturali che presiedettero alla sua nascita: da una parte il mito rousseauiano d'una vita secondo natura a cui il popolo sarebbe rimasto vicino; dall'altra l'esaltazione romantica delle radici profonde dello spirito nazionale, di cui il volgo sarebbe custode nelle sue tradizioni. Mito e nazionalismo: due brutti scogli insomma. Contro i quali andarono a sbattere il Pitrè e altri intellettuali siciliani al momento della pubblicazione dell' Inchiesta in Sicilia di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino (1876), in cui appariva la parola mafia. Hartwig, che aveva elogiato quell'inchiesta, fu bandito dalla bibliografia dell'opera di Pitrè. Capuana arrivò a scrivere un pamphlet contro quell'inchiesta, in difesa del buon nome della Sicilia. La direzione opposta - direzione illuministica - per cui va la Gonzenbach, la si vede soprattutto in due fiabe qui pubblicate: vi si parla di uno stupro e di un prete che vuole sedurre una fanciulla. In Pitrè i due argomenti sono velati, le due fiabe nella sua raccolta censurate.