Recensione
di Maurizio Assalto, LA STAMPA, 17/01/1996

Liberisti o liberali?

Mentre in Italia liberismo e liberalismo (a parole) sono ogni giorno più di moda, mentre il mercato (sempre a parole) conquista ogni giorno nuovi imprevedibili proseliti, una messa a punto (e una messa in guardia) è forse opportuna. Attenzione, il sistema di mercato è come una medicina dagli effetti prodigiosi ma con controindicazioni importanti, che va somministrata pragmaticamente con dosaggi diversi a seconda del paziente. E' l'avvertimento dell'economista Mario Deaglio, in un volumetto che l'editore Donzelli manderà in libreria la prossima settimana con il titolo Liberista Liberale ? (sottotitolo Un progetto per l'Italia del Duemila) e di cui anticipiamo un brano dall'ultimo capitolo, Una scommessa liberale. Liberale e non liberista: perchè, professore? Perchè nel dibattito italiano si è prodotta una differenziazione fra i due termini: il liberismo si è identificato come un'interpretazione ristretta del liberalismo, limitata al solo funzionamento del mercato, senza riguardo per il contesto sociale e per tutti quegli aspetti dell'essere umano che non sono riducibili al fatto economico. Lei scrive che della parola liberale si abusa: qual è la sua accezione? Io mi accosto all'idea di Croce, per cui il liberalismo può ben ammettere svariati modi di ordinamento della proprietà (...), con il solo limite che nessuno dei modi che si prescelgono impedisca la critica dell'esistente, la ricerca e l'invenzione del meglio, l'attuazione di questo meglio. Non può mai darsi che in nome dei meccanismi del mercato si passi sopra alla dignità umana. Un esempio di commercio da vietare: quello degli organi umani. Gli organi non possono essere venduti, anche se dal punto di vista economico non ci sarebbe nessun problema. Diciamo che il mio liberalismo è una forma di liberismo attenuato, un sistema di mercato non portato alle estreme conseguenze, per non andare incontro a spaccature sociali irreparabili. Chi sono i liberisti non liberali? Sono quelli che intendono il mercato come uno strumento di eliminazione dei più deboli: una piccola corrente di darwinisti sociali, che però ha qualche peso nella costellazione della destra americana. E in Italia? Da noi c'è stato più liberismo o libera lismo? Senz'altro più liberalismo. Del resto tradizionalmente la destra italiana non ha mai creduto molto al mercato, è sempre stata più forte la componente statalista, corporativa, autarchica. Si è visto ancora adesso nella vicenda delle privatizzazioni. Altre forze politiche, anche i cattolici e la sinistra, hanno invece manifestato una certa apertura liberista. Ma la caratteristica di tutti è che, al di là delle parole, nei fatti permane un'estrema diffidenza verso il mercato. Quindi il suo progetto liberale su chi può contare? Dipende da chi acquisterà per primo la consapevolezza che si deve vivere, volenti o nolenti, in una società di mercato. Può darsi che questo avvenga più facilmente a sinistra, perchè le classi del lavoro dipendente ne stanno toccando con mano l'inevitabilità: quando una fabbrica subisce la concorrenza delle imprese del Terzo Mondo, non si può tenere aperta con sussidi pubblici a tempo indeterminato. Anche se questo non significa lasciare i più deboli al loro destino. Invece nel mondo delle professioni indipendenti i principi della concorrenza fanno più fatica a affermarsi perchè è meno sentita l'azione dei meccanismi di mercato. Il liberalismo come una scommessa. Con qualche possibilità di vincerla? Una bella scommessa. Se la vinceremo non posso dirlo, so soltanto che la strada giusta è quella che passa attraverso l'istruzione: non tanto tesa a formare individui capaci di fare cose, ma in grado di pensare, responsabili delle loro scelte. Altrimenti avremo dapprima un benessere miope, e poi anche la caduta del benessere''.