Recensione
dii Alessandra Iadicicco, Il Sole 24 ore, 21/11/1999

Emozioni che furono, rievocate al femminile

L'idea non era male. E il progetto non era certo privo di ambizioni: modulare il racconto della storia in tono minore, raccontare i sentimenti e le gioie, i fantasmi e le paure, le emozioni e le ossessioni del privato. Dar voce ai soggetti dimenticati dai canali ufficiali della pratica storica per recuperare alla memoria una porzione dell'esperienza altrimenti perduta. Come si stabilisca l'intimità del rapporto coniugale tra i coniugi? Che cosa pensano i bambini di sé e del mondo degli adulti? Che cosa dicono le donne quando discorrono tra di loro e chi le ha educate all'arte del conversare? Tutte queste domande, che la ricerca ufficiale non si è posta, trovano risposta in una storia umbratile e segreta, ufficiosa e privata dell'umanità. Quella che rende giustizia agli aspetti dell'esistenza che gli storici hanno trascurato e lasciato cadere in una immeritata dimenticanza: i gesti e le consuetudini, la sensazione e la rappresentazione di sé che costituiscono non il sale ma la sostanza stessa delle vite umane. La tentazione di rivoluzionare lo sguardo sul passato per scrivere una storia di tutti e per tutti era troppo forte per resistervi. Ha voluto affrontare l'impresa il professor Theodore Zeldin, Senior Fellow del St. Antony's College di Oxford, insignito del Wolfson Prize per la storia nonché membro della European Accademy. E tuttavia la sua ha l'aria di essere tanto una occasione mancata. A cominciare dalla scelta fin troppo scontata di declinare al femminile la Storia intima dell'umanità, come se la sfera della privatezza e dell'intimità appartenesse in quanto tale al gentil sesso. Ho scelto di parlare delle donne scrive lo storico perché non sono una di loro e per non lasciarmi tentare dall'arroganza di credere di poterle comprendere appieno. Ma soprattutto, aggiunge, perché le donne sanno guardare alla vita con occhi freschi. L'idea di ambientare in Francia la sua galleria di ritratti, nel paese che è stato un vivaio di riflessione sui propri problemi in termini universali, sembra fare appello a un luogo comune un poco consunto: dove, meglio che in Francia, si sarebbe potuto a ritroso, dal particolare all'universale, per collocare la storia di quelle signore sullo sfondo dell'intera storia umana di tutti i secoli?. L'ipotesi teorica di fondo suona poi stravagante: che la memoria dell'individuo possa abbracciare secoli di storia della civiltà, che la mente sia rifugio delle idee del passato, stratificate poi come cellule del corpo, che si abbiano più anime gemelle di quanto si possa credere. L'enunciazione degli intenti e del metodo di lavoro premessa al volume è d'altra parte teoreticamente gracilina: basta cambiare gli occhiali, proclama ingenuamente il professore, per acquisire una nuova visione del mondo. In viaggio per al Francia, Zeldin incontra molte storie di donne in ogni epoca. Queste donne gli raccontano del loro timore di non sapersi esprimere in parole, del senso del proprio fallimento, della paura della solitudine, della perenne mancanza di tempo per sé: piccole storie di disamori, di stanchezza, noia, timidezza, avventure di malizia e seduzione, esperienze di curiosità e di scontri con i nemici. Lo storico risponde richiamandosi al passato: all'arte antica della retorica e agli insegnamenti di Socrate (il primo conversatore conosciuto), ai rimedi escogitati per sconfiggere la solitudine (dagli esercizi ascetici dei saggi taoisti o dei monaci trappisti), all'invenzione dell'amore passionale nei poemi romantici tedeschi e, prima ancora, dei trovatori cortesi che raccolsero l'eredità degli arabi medievali. Ritrova nelle culture più diverse un'identica parentela di erotismo e culinaria; abbozza una tipologia delle paure, dal terrore delle scorrerie vichinghe dell'Europa medievale al moderno e più insidioso disagio della civiltà. Lo storico ascolta e risponde, coordina e rielabora il materiale collezionato lasciando un margine un po' troppo ampio all'improvvisazione e alle associazioni più sbrigliate. Lo stile del suo racconto è quello della conversazione disimpegnata. Non mancano le concessioni all'aneddotica (Cartesio, cui si deve la prima dichiarazione dei diritti alla curiosità, era di salute cagionevole ed ebbe dal suo precettore il permesso di alzarsi tardi la mattina: perciò disponeva di tanto tempo per riflettere) o i commenti della più imbarazzante banalità (un nuovo faro di curiosità si riaccende tutte le volte che nasce un bambino). Che la storia abbia uno statuto scientifico a sé è noto da sempre: l'arbitrarietà dei soggetti che selezionano il materiale del passato e l'economia (o la fisiologia) della memoria impongono di scegliere, filtrare, scartare e, anche laddove i resoconti mirino a un minimo di oggettività, agisce surrettiziamente una volontà di sapere, il desiderio, l'ipotesi di un senso. L'irrinunciabile tessitura narrativa espone da sempre il racconto dagli eventi del passato al rischio di scivolare nella letteratura (come secoli dopo la Poetica di Aristotele videro bene Nietzsche, Ricoeur e Foucault). Di qui a cadere nel più facile intrattenimento il passo è breve. Nella sua ricerca, denunciando i danni della malattia storica, Nietzsche invocava l'utilità per la vita di una menzogna. Necessaria, sì, ma di grande stile.