Recensione
Nicola Costantino, L'Unità, 04/06/2014

Stop all'economia della scarsità

L’ECONOMIA – PUR STUDIANDO FENOMENI ANTICHI QUANTOL’UOMO–ÈUNASCIENZASOSTANZIALMENTE MODERNA.La maggior parte degli autori concorda nel considerare Adam Smith il padre dell’economia politica (nel senso della polis, della società), quanto meno nella sua forma imperante: quella liberista. A oltre due secoli di distanza dalla pubblicazione del suo celeberrimo La ricchezza delle nazioni (e soprattutto dopo il fallimento sul campo degli esperimenti di economia marxista), l’interpretazione che Smith dà del mercato, come luogo dell’ottimale allocazione delle risorse disponibili, costituisce il fondamento di buona parte delle teorie economiche, e di una quota ancor maggiore delle prassi attualmente in vigore. Eppure nell’ultimo decennio un numero crescente di studiosi non marxisti ha cominciato a proporre critiche sempre meno velate alla struttura teorica della scienza economica costruita su tali fondamenta… Prendiamo in considerazione le più classiche definizioni della scienza economica, che ne individuano l’ambito di competenza. Esaminiamone qualcuna: – «L’economia è lo studio del modo in cui i singoli e la società giungono a compiere scelte, con o senza uso di moneta, circa l’impiego di risorse produttive scarse e che potrebbero avere usi alternativi, allo scopo di produrre vari tipi di beni e di distribuire tali beni». – «L’economia studia imodi in cui la società gestisce le proprie risorse scarse». – «L’economia è la scienza sociale che si occupa della maniera in cui gli individui, le istituzioni e la società esercitano le proprie scelte in presenza di risorse limitate». – «Per economia – dal greco (oikos), “casa” inteso anche come “beni di famiglia”, e (nomos), “norma” o “legge” – si intende sia l’utilizzo di risorse scarse (limitate o finite) per soddisfare al meglio bisogni individuali e collettivi organizzando la spesa, sia un sistemadi organizzazione delle attività di tale natura poste in essere a tal fine da un insieme di persone, organizzazioni e istituzioni (sistema economico)». Tutte queste definizioni, e le moltissime analoghe presenti in letteratura, condividono l’enfasi sulla scarsità delle risorse da gestire, e sulla necessità pertanto di compiere delle scelte per il loro ottimale utilizzo.Èla scarsità delle risorse, in queste ipotesi, a rendere necessario lo sviluppo di una scienza che valuti se il loro utilizzo è praticato in modo ottimale. Molto più sfumata, e ideologicamente differenziata, è la valutazione su cosa debba intendersi per ottimale utilizzo: la produzione della massima ricchezza possibile (come teorizza la scuola liberista) o la sua più equa distribuzione (come propongono gli approcci socialisti)? E, in questo secondo caso, cosa deve intendersi per «equa» distribuzione? L’azzeramento delle differenze o l’eliminazione degli eccessi? E chi definisce cosa debba intendersi per «eccessi»? Ma, soprattutto, se l’economia è «la scienza della scarsità», cosa succede delle risorse che non sono «scarse»? L’AGGRESSIONEDELLERISORSE Possiamo ritenere che la criminale incuria con la quale, negli ultimi due secoli e mezzo, (guarda caso, all’incirca a partire dalla nascita della scienza dell’economia politica, coincisa con la prima rivoluzione industriale) abbiamo aggredito risorse naturali come l’aria, l’acqua, le foreste, la varietà biologica, al punto da mettere in pericolo la salute e il benessere di tutti noi e, ancor più, dei nostri figli deriva anche (prevalentemente?) dal fatto che tali insostituibili risorse non essendo (o meglio, non apparendo) «scarse» non sono state considerate di alcun interesse economico? È stata giusta la scelta di escludere dall’oggetto degli studi economici tali risorse in quanto non scarse? L’economia suddivide i fattori produttivi (utilizzati per la realizzazione di tutti i beni e servizi da noi utilizzati) in tre categorie: il lavoro, la terra (cioè le risorse naturali appropriabili: le materie prime) e il capitale, considerandole tutte (come certamente erano nel XIX e XX secolo) scarse. Siamo sicuri che sia ancora così? Le risorse naturali non rinnovabili sono certamente scarse, ma il rischio (tuttora presente come mai) del loro più o meno rapido esaurimento è (o meglio, può essere) mitigato in primis dalla crescente attenzione alla sostenibilità, in termini sia di utilizzo di fonti di energia rinnovabili sia di processi di progettazione, produzione e smaltimento dei beni materiali sempre più attenti al responsabile riuso delle materie prime; e, inoltre, dalla ancor più crescente (e, almeno apparentemente, inesauribile) tendenza dei sistemi economici a spostare quote sempre più ampie della produzione dal settore dei beni materiali (primario e secondario) a quello dei servizi, per definizione immateriali, cioè non contenenti nulla di materiale (terziario); dobbiamo infine considerare che una delle più gravi inefficienze del mercato è stata, e è tuttora, quella di considerare le risorse naturali «come se» fossero illimitate, o comunque estremamente abbondanti: e tali attualmente sono nella percezione che il mercato ne ha. Concludendo: le risorse naturali sono (e anche in maniera preoccupante) limitate, ma l’economia si comporta «come se» non lo fossero, ed è questo che – almeno per ora, e ai soli fini del presente ragionamento – rileva. Il capitale, da parte sua, presenta notevoli capacità di accumulazione: anche eccessiva, se è vero che la ripartizione, all’interno della società, delle ricchezze prodotte risulta sempre più ineguale, tanto da portare alla creazione di enormi masse monetarie che faticano a trovare utilizzazioni economicamente «fisiologiche » nei consumi o negli investimenti (da cui la «patologia» della finanza d’assalto, sostanzialmente fine a se stessa: un vero e proprio gioco d’azzardo che non produce né consumi né investimenti produttivi). E il lavoro? È questo l’ambito in cui il concetto di scarsità diventa ogni giorno meno attuale. Il progresso tecnologico continua ad accrescere la produttività del lavoro, cioè la quantità di prodotto ottenibile da un’ora di lavoro umano, in un ambito sempre più ampio di attività dei settori primario, secondario e ormai anche terziario, proprio mentre la progressiva diffusione delle nuove tecnologie in tutto il pianeta aumenta a dismisura il numero dei (potenziali) lavoratori: si pensi alle centinaia di milioni di cinesi, indiani, vietnamiti che – negli ultimi decenni – hanno lasciato attività agricole sempre più meccanizzate per essere occupati nell’industria manifatturiera. John Maynard Keynes, in un famoso discorso pronunciato nel 1928 agli studenti del Winchester College, e pubblicato due anni dopo con il titolo Possibilità economiche per i nostri nipoti, affermava: «La depressione che ha investito l’intero pianeta, l’abnorme anomalia della disoccupazione in un mondo bisognoso di tutto, i nostri stessi, disastrosi errori, tutto questo ci impedisce di vedere sotto la superficie, e di capire dove stiamo andando». La causa di una crisi che Keynes considerava, già allora, strutturale era da individuarsi, a suo parere, nell’«efficienza tecnica» che, accrescendosi «a un ritmo superiore all’1% annuo» determinava una «disoccupazione tecnologica», con conseguente diminuzione dei redditi, e quindi dei consumi, che però avrebbe costituito solo uno «scompenso temporaneo». Affermava infatti il grande economista: «Nel lungo periodo, l’umanità è destinata a risolvere tutti i problemi di carattere economico», grazie al progressivo aumento di produttività che avrebbe consentito di soddisfare i bisogni di tutti, a fronte di sempre meno lavoro; addirittura, egli prevedeva, «dovremo fare di virtù necessità – mettere il più possibile in comune il lavoro» e settimane lavorative di quindici ore sarebbero state, in prospettiva, più che sufficienti a garantire il soddisfacimento dei bisogni di tutti: «tra 100 anni (dal 1928) ]il problema economico sarà risolto». In realtà, nonostante le previsioni di Keynes sull’aumento della produttività siano state ampiamente superate, oggi non abbiamo affatto la sensazione che l’umanità sia vicina a «risolvere tutti i problemi di carattere economico», soprattutto nella contingenza dell’attuale crisi, nata nel 2007 e che, al momento in cui scriviamo (2014), appare lungi dal vedere la sua conclusione. Dobbiamo quindi chiederci: siamo certi che la nostra scienza economica stia affrontando questa crisi con i giusti strumenti concettuali? Lo stesso termine di crisi rischia di essere fuorviante, se ci porta a considerare la situazione presente in termini simili ad altri periodi – solo apparentemente analoghi – della nostra storia economica