Recensione
Rock Reynolds, L'Unità, 24/05/2014

Quel genio di Twain

CHISSÀ SE QUELL’ISTRIONE DI MARK TWAIN,AL SECOLO SAMUEL LANGHORNE CLEMENS,è riuscito a gabbarci per l’ennesima volta, con la pubblicazione della sua Autobiografia (Donzelli Editore, traduzione di Salvatore Proietti, pagg 469, euro 35,00), uscita negli Usa a un secolo esatto di distanza dalla sua morte, per sua espressa volontà.Èil tassello mancante della sterminata produzione di un autore sempre dimoda e lo testimoniano le 400.000 copie vendute e la scelta di varie case editrici italiane di continuare a tenerlo in catalogo (Mattioli1885, per esempio, intende pubblicarne l’opera omnia). Avrei voluto parlare personalmente di quest’opera di grande importanza storico-letteraria, ma trovandomi insieme al vecchio amico Joe R. Lansdale, un entusiasta epigono di Mark Twain, ho preferito che fosse lui a farlo. Pensachel’autobiografiadiMarkTwainsiaautentica? «Certamente. È autentica e se ne conosce l’esistenza da molto tempo. Infatti, dalle carte originali sono state tratte almeno due biografie, credo, e pare che lui si raccontasse di fronte a una persona che metteva le sue parole sulla carta. Ogni giorno, quando gli andava di raccontare qualcosa, lo faceva. In altre parole, l’approccio non è stato lineare e lui descriveva quello che gli veniva in mente. Pertanto, ci sono parti splendide, davvero meravigliose, e poi ci sono parti noiose, però se sei un fan di Mark Twain o uno studioso di Mark Twain, oppure se hai soltanto un interesse superficiale per Mark Twain, devi leggerla. Io l’ho fatto e mi è piaciuta un sacco, anche se alcune parti sono tediose». Leièunodegliautoriamericanicontemporaneiche sisonomaggiormenteispiratiaMarkTwain,alpunto che uno dei suoi romanzi più recenti, «Acqua buia», è una sorta diomaggio a Twain. «È verissimo. Quel romanzo è una miscela di Twain e della storia di Giasone e degli Argonauti contenuta nell’Odissea. Ma lo stile e la presenza del fiume vengono certamente da Mark Twain, anche se il Sabine, il fiume che scorre accanto alla mia città del Texas, non ha certo le dimensioni del grande Mississippi ed è molto più tortuoso. Però, è impossibile scrivere di un fiume e di bambini lungo un fiume senza in qualche modo attingere al modello Twain. Mark Twain è uno scrittore talmente magico da trasmetterti un entusiasmo giovanile, anche se hai cent’anni. Ha questa capacità di toccare gli elementi della giovinezza che abbiamo dentro, perché si mantenne sempre giovane, nonostante la sua opera fosse matura. Ad alcuni questo sfugge. Alcuni pensano che HuckleberryFinn sia un libro per ragazzi. In un certo senso è così, ma c’è molto altro. Io l’ho letto da giovane e questo libro mi ha consentito di vedere il razzismo da un punto di vista completamente diverso da quello che avevo, dato che io l’avevo davanti agli occhi quotidianamente. Quel libro ha esercitato un’influenza fondamentale su di me e, insieme ad altri episodi e situazioni della mia vita mi ha fatto capire certe cose, facendomele analizzare in modo diverso rispetto a come mi venivano presentate». Aproposito di razzismo. Lei pensacheMark Twain fosse razzista? «Assolutamente no. Era un genio. C’è gente che, non appena vede una parola negativa applicata a una persona di colore, pensa immediatamente che chi l’ha pronunciata sia razzista. E a volte è proprio così, ma non nel caso di Twain, nel mio caso o nel caso di altri autori ancora. Lui ha insegnato a tutti noi che in qualche modo ne abbiamo seguito le orme a descrivere la realtà esattamente com’è. In quel modo, riesci a cogliere il negativo. Altrimenti, finirebbe per essere una mera predica a beneficio di chi ha già le tue stesse idee e, quando ho letto quel libro, l’impatto che ha avuto su di me è stato enorme, perché io pensavo che si trattasse semplicemente di un libro di avventura e ci ho messo un po’ a capire tutte quelle cosucce che conteneva, ma quando l’ho fatto, mi si è aperto un mondo davanti. Mi è capitato spesso di riflettere in questo modo: Twain mi sta dicendo qualcosa di diverso da ciò che penso di vedere. È il modo migliore di farlo perché altrimenti se approcci la scrittura in maniera apertamente accettabile la gente sa cosa stai facendo e chi magari non è particolarmente intrigato dai personaggi e dalla storia non la leggerebbe. Scrivere solo per chi la pensa come te non è una gran sfida». Si ricorda il primo libro di Mark Twain che lei abbia mai letto? «Sì, è stato TomSawyer. Avevo undici anni, penso. Ho iniziato dal capitolo in cui Tom Sawyer dipinge la staccionata. Davvero divertente. Mi incuriosì tanto che decisi di leggere l’intero romanzo. TomSawyer è un romanzo d’avventura molto più diretto di molti altri suoi libri, ma anche in quel libro ci sono altre cose. Comunque, quando poi scrisse HuckleberryFinn, era maturato come scrittore ed era decisamente più interessato a scrivere cose che avessero un impatto. Non fu un parto facile. In alcune occasioni, se ricordo bene, fu sul punto di gettarlo perché non gli sembrava che stesse riuscendo bene. Lo mise spesso da parte e ci tornò sopra. Ernest Hemingway disse che c’è un punto in quel romanzo, sostanzialmente quando appare Tom, nel finale, in cui quel libro cessa di essere il romanzo fantastico che era stato e si trasforma in un libro per ragazzi. Probabilmente, Twain si rese conto che quello non era il romanzo per ragazzi che si era accinto a scrivere e, dunque, inserì uno dei suoi personaggi più riusciti. Capisco questa riflessione, ma a me quel romanzo piace tutto. Nella mia personale classifica, è al secondo posto dei miei romanzi preferiti di tutti i tempi e più passa il tempo e più insidia il primo posto, occupato da Il buio oltre la siepe di Harper Lee». Quant’èstatoimportanteMarkTwainperlaletteratura americana? «Hemingway disse che la letteratura americana non esisteva neppure prima di Mark Twain e aveva ragione. C’era stato qualche autore che aveva mostrato qualcosa di diverso, per esempio James Fenimore Cooper, che peraltro secondo me era un pessimo scrittore. E pure secondo Twain, che scrisse I crimini letterari di Fenimore Cooper, un libro buffissimo. Twain detestava pure Jane Austen, che invece ame piace. Ma nessuno prima di lui aveva saputo creare quella voce che incorporava la vera esperienza americana. Il Paese esisteva da troppo poco tempo e quell’esperienza non c’era ancora. Bisognava aver il tempo di voltarsi ad analizzarla. Credo che le cose succedano così in tutti i paesi: devi avere un po’ di storia e poi si presenta un genio come Mark Twain e scrive libri come quelli. In realtà,unaspecie di autobiografia diMarkTwain esisteva già ed era il meraviglioso «Vita sul Mississippi ».Chegliene pare? «Verissimo. Ovviamente, Twain parla delle sue esperienze sul fiume e lo fa a modo suo. Come tutti i bravi scrittori, era in grado di raccontare la verità e di farla sembrare una fandonia e di raccontare una fandonia facendola sembrare la verità. È il marchio del grande scrittore: saper fare entrambe le cose. Lui raccontava certe cose in maniera tale da fartele sembrare un mito e altre volte prendeva cose non vere e te le raccontava in maniera così diretta che alla fine ci credevi. Vita sul Mississippi è uno splendido libro autobiografico