Recensione
Maria Galluzzo, Europa, 09/05/2014

Ratzinger e il gran rifiuto della Sapienza

C’è un’altra rinuncia di Benedetto XVI passata in secondo piano dopo la “grande rinuncia” al pontificato. Un’altra scelta molto sofferta del pontefice tedesco. È accaduto nel 2008 quando, in seguito al fuoco di polemiche scaturite dall’opposizione di un gruppo di docenti della facoltà di fisica, strumentalizzata dai collettivi studenteschi e amplificata dalla stampa, decise di declinare l’invito che gli era stato rivolto dall’allora rettore Renato Guarini a intervenire all’inaugurazione dell’anno accademico della Sapienza di Roma.

Per amor di pace papa Ratzinger fece un passo indietro, ma chi gli stava vicino ricorda quanto ci rimase male nel sentirsi non accettato proprio in un ambiente a lui così familiare: l’università. Il papa teologo, il professore di Ratisbona abituato al confronto nei più prestigiosi ambienti accademici internazionali, temuto e rispettato per le sue capacità dialettiche, visse quel rifiuto con dolore e soprattutto senza riuscire ad individuarvi una giustificazione razionale.

Sembrano trascorsi secoli da quella vicenda, simile in alcuni contorni a quanto successe a Galileo cinquecento anni fa. Un processo in cui le parti degli inquisitori si invertono. Solo che sul rapporto tra scienza e fede negli anni più recenti sono stati fatti passi da gigante e l’atto di resistenza alla presenza del papa – peraltro messo in scena da una piccola minoranza di docenti e di studenti – è sembrato privo di consistenza e soprattutto orientato dal pregiudizio. Di fatto in quella occasione l’università italiana, e in particolare il più grande ateneo di Europa fondato nel 1303 proprio da un pontefice, Bonifacio VIII, che aveva già accolto senza problemi le visite di Paolo VI e Giovanni Paolo II, mostrò una grande debolezza culturale.

Una brutta figura che oggi qualcuno preferirebbe non rispolverare ma lasciare ben nascosta negli archivi.

È quindi di per sé una decisione coraggiosa quella di prendere in mano gli strumenti del buon giornalismo per analizzare con obiettività che cosa accadde alla Sapienza a cavallo tra il 2007 e 2008. Pier Luigi De Lauro lo fa raccogliendo sotto un titolo perfetto, Sapienza e Libertà (Donzelli, 2014, pp. XII-164, euro 15), tutti gli elementi per riflettere – come recita il sottotitolo – sul “come e perché papa Ratzinger non parlò alla Sapienza di Roma”. Una ricostruzione storica molto documentata che chiama in causa tutti i protagonisti di quella vicenda, a cominciare da Renato Guarini, allora rettore dell’ateneo, ma anche padre Vincenzo D’Adamo, in quel periodo rettore della cappella della Sapienza, Carlo Cosmelli, uno dei sessantasette docenti di fisica contrari alla presenza del papa, e Gianluca Senatore, all’epoca rappresentante di una delle più importanti organizzazioni degli studenti. Testimonianze che consentono di farsi un’idea molto chiara di come andarono le cose e del contesto politico e sociale in cui fermentarono. Un diario utilissimo per fare luce sulle crepe di un paese che, nel periodo dell’incerta maggioranza del governo Prodi, si spaccò proprio sui temi “eticamente sensibili”.

Che cosa impedì a papa Ratzinger di andare alla Sapienza? Fu un «pasticcio», una «montatura mediatica», una «sottile manovra politica»? Come ben sintetizza De Lauro, nella vicenda si condensa un po’ di tutto, «ognuno ha voluto mettere qualcosa di suo nello shaker: una concezione della laicità un po’ troppo rigida; un’avversione in particolare per quel papa; un voler entrare a pieno titolo nel dibattito politico sulle questioni etiche o un ulteriore ostacolo che si andava inserendo in un contesto politico in difficoltà». Anche in Vaticano la rinuncia di Ratzinger fu occasione di scontro tra fazioni diverse.

C’è una domanda che primeggia in questa ricostruzione sulle altre: quale è stato il ruolo dei media? Perché Repubblica ripescò e rese pubblica il 10 gennaio 2008 la lettera che i docenti di fisica avevano inviato a Guarini il 23 ottobre del 2007? Qualcuno ha «sollecitato» quella pubblicazione? In proposito la risposta che nel libro Carlo Cosmelli dà alla domanda di De Lauro è molto eloquente: «Non lo so e credo che questo non lo sapremo mai».

Trasformare in una invasione di campo un incontro che si limitava ad essere uno scambio culturale al massimo livello non era impresa semplice. Eppure con l’ausilio di un grande giornale la presunzione di uno sparuto gruppo di professori e studenti ebbe gioco facile. Il 16 gennaio 2008, e per alcuni giorni, sulla questione uscirono decine e decine di articoli, il noto effetto a catena dove il confine tra ciò che raccontiamo e la verità inevitabilmente si perde. Poi il silenzio totale.

In fondo non sono trascorsi tanti anni da quella “rinuncia” di Benedetto XVI, ma le cose sono molto cambiate. Papa Francesco è amato anche in quegli ambienti che diffidavano di papa Ratzinger. Questo non esclude che sia molto importante fare memoria di quella brutta pagina perché non si ripeta. Come osserva Walter Veltroni nella prefazione al volume, «non si respirò più libertà, in città e in tutto il paese, quei giorni. Se ne respirò di meno».