Recensione
Monica Mattioli, Corriere del Mezzogiorno, 12/05/2014

Africa e Asia al top: il mondo della produzione rovesciato nel 2050

Nel 2050 «gli equilibri del mondo saranno completamente rovesciati»: Asia e Africa rappresenteranno il 75% della popolazione mondiale e più del 55% della ricchezza mondiale (contro il 31% del 2010); Stati Uniti ed Europa produrranno il 33% del Pil mondiale (contro il 55% del 2010): gli Usa passeranno dal 26% al 18% e l’Ue scenderà dal 29% al 15%. È addirittura probabile che «nemmeno uno dei nostri paesi potrà far parte degli otto paesi più ricchi del mondo». Un organismo invecchiato, debole e scoordinato ha poche possibilità di competere a livello globale. L’Unione soffre di una crisi d’identità che impedisce una completa integrazione dei paesi membri; per risolverla non basta una moneta unica: occorrono «la coerenza delle politiche economiche, monetarie e fiscali, le grandi linee di una politica industriale integrata, dei meccanismi di ripartizione delle ricchezze e di solidarietà, degli ammortizzatori sociali a livello europeo». Gli eurocritici sono convinti che la crisi continui a causa del divieto, imposto dalla Bce, di «monetizzare i debiti pubblici, cioè di essere "prestatore di ultima istanza" e quindi emettere moneta e generare inflazione»: per loro è meglio uscire dall’euro. Ma è davvero, come credono gli euroscettici, «tutta colpa dell’Europa»? Per Thierry Vissol l’Unione deve «approfittare della credibilità» dell’euro, seconda valuta mondiale (rappresenta il 25% delle riserve monetarie e di titoli finanziari, e il 40% del commercio internazionale), per «rivitalizzare la cooperazione monetaria internazionale e sollecitare la regolamentazione delle attività finanziarie ». Per l’autore, funzionario della Commissione europea dal 1980, la «burocrazia di Bruxelles» è un capro espiatorio: «Il pianista che suona uno spartito scritto da altri». La Commissione presenta il risultato del monitoraggio delle politiche economiche dei paesi membri «perché da più di mezzo secolo le è stato chiesto di farlo, di farlo in maniera sempre più rigorosa, e con conseguenze per i monitorati». I ventotto membri dell’Unione hanno approvato le misure da adottare nella strategia 2020: «Si tratta di più di 2500 miliardi di euro da investire per rafforzare la sicurezza energetica dell’Europa, la fluidità del mercato interno, lo sviluppo delle nuove tecnologie, la riduzione della povertà ». Ma una politica europea, da sola, non basta: ogni stato membro deve riformare il sistema paese «per produrre maggior valore possibile ». Insomma, la soluzione della crisi «non è la distruzione dell’acquis communautaire, ma il suo cambiamento di scala, la trasformazione di questa governance incompiuta in un altro modo di governare moderno e maturo».