Recensione
Antonio Polito, Corriere della Sera, 27/04/2014

Storia ( non colpevolista) del secolo tedesco

Cent’anni fa, agli inizi di agosto, la Germania lanciò la sua «guerra preventiva» contro l’Occidente, impantanatasi poi sulla Marna e trasformatasi nella Grande guerra. Venticinque anni dopo la Germania invase la Polonia, se la spartì con l’Urss e diede inizio alla Seconda guerra mondiale. Venticinque anni fa, la Germania rinacque unificata sulle macerie del Muro di Berlino e sulle note di Mstislav Rostropovich. Oggi la Germania, di nuovo prospera ed egemone, è accusata di essere la causa di una nuova guerra, stavolta economica, e dell’austerità che avrebbe messo in ginocchio il Sud dell’Europa.

Ce n’è abbastanza per dire che è stato un secolo tedesco. Eppure non ce n’è abbastanza per attribuire alla «colpa tedesca» le vicissitudini di questo secolo di storia europea. Anzi. Sostiene il contrario Angelo Bolaffi, uno dei più acuti germanisti europei, nella nuova introduzione a Cuore tedesco, il suo fortunato pamphlet uscito per Donzelli, tradotto in tedesco e ora giunto a una seconda edizione. Casomai il problema della Germania di oggi, per Bolaffi, è un difetto di egemonia di fronte alla nuova minaccia strategica che viene dall’Est, da una Russia «mirante ad affermare sul Vecchio Continente una propria zona di influenza e a edificare in contrapposizione all’Unione Europea un’unione “euro-asiatica” a egemonia russa». Perché questo è il senso del ratto della Crimea e dell’offensiva in Ucraina: la prima sfida, da potenza a potenza, tra l’Europa e la Russia, la fine delle illusioni e degli eufemismi sulla forza gentile del gigante europeo, e forse l’avvio, se non di una nuova «guerra fredda», di quella che Angelo Panebianco ha definito la «pace fredda».

Il problema sarebbe dunque oggi l’«egemonia riluttante» della Germania. E le ragioni di questa sua indecisione, oltre che nel presente (la dipendenza energetica dalla Russia), affondano le loro radici proprio in quel senso di «colpa del passato che la obbliga a un atteggiamento di rigido disimpegno in campo internazionale» (ohne mich, ne è lo slogan, «senza di me»). Così «la Germania di oggi — secondo Alain Minc — somiglia a una grande Svizzera: amica di tutti per buone e cattive ragioni». Ecco dunque il Paese egemone dell’Europa dipinto come un «gigante sonnambulo». E la scelta del termine è curiosa. Perché viene usato oggi per definire la propensione imbelle della Germania, ma la stessa parola dà il titolo al monumentale saggio sulle cause della Grande guerra di Christopher Clark. Solo che allora I sonnambuli furono, al contrario, i governi che accettarono il rischio bellico e così scivolarono, quasi senza volerlo, nella catastrofe.

Eppure, se si rovista in quel passato che tanto scotta alla coscienza tedesca, si scopre con Clark (autore non a caso molto piaciuto alla Merkel, l’ha anche citato in un teso Consiglio europeo), che alla Germania non possono essere date tutte le colpe del conflitto esploso nell’estate di cento anni fa. La tesi della premeditazione tedesca non regge, per quanto Berlino avesse firmato quella «cambiale in bianco» con Vienna che consentì all’Austria di dare l’ultimatum fatale alla Serbia, da cui tutto poi discese.

Clark ricorda lo zelo con cui la Francia di Poincaré soffiò, fino alle ultime ore, sul fuoco della mobilitazione generale russa, garantendosi che lo zar schierasse il suo esercito contro la Germania e non solo contro l’Austria-Ungheria. E ricorda particolari rivelatori, come il fatto che l’intera catena di comando tedesca, dal Kaiser in crociera sul Baltico al capo di stato maggiore von Moltke, al capo della Marina von Tirpitz, nel pieno della crisi di luglio se ne andò tranquillamente in vacanza, mostrando una certa fiducia nel fatto che il conflitto tra Austria e Serbia potesse essere localizzato. La rapidità con cui l’esercito tedesco invase poi ad agosto la Francia, violando la neutralità belga, sarebbe stato dunque solo l’effetto dell’efficienza della macchina bellica approntata dal militarismo guglielmino.

L’esito fu però il fallimento della guerra- lampo sognata a Berlino, e l’inizio di quella tragedia di cui quest’anno celebriamo il centenario e di cui Roberto Raja, nel suo La Grande guerra giorno per giorno, in uscita per Edizioni Clichy, ci fornisce finalmente una cronaca quotidiana dei fatti, quasi asettica, scevra da pregiudizi, che dovremmo tutti consultare prima di emettere giudizi sulla «colpa tedesca».

Ciò nonostante, fa una certa impressione leggere nel recente saggio di Gian Enrico Rusconi (1914: attacco a Occidente, Il Mulino), il testo del Septemberprogramm del governo del cancelliere Bethmann-Hollweg, vergato un po’ in fretta e furia quando, in agosto, la guerra sembrava già quasi vinta, e Berlino si interrogava sull’assetto che avrebbe poi dato alla nuova Europa tedesca. In quel programma si scriveva infatti: «Bisogna arrivare alla fondazione di una associazione economica mitteleuropea mediante comuni convenzioni doganali con l’inclusione di Francia, Belgio, Olanda, Danimarca, Austria, Ungheria, Polonia ed eventualmente Italia, Svezia e Norvegia. Questa associazione, senza organi direttivi costituzionali comuni, caratterizzata esternamente da parità di diritti tra i suoi membri, ma in effetti sotto direzione tedesca, dovrà stabilire il predominio economico della Germania sull’Europa centrale».

Vi ricorda la Ue? Vi sembra confermare alla lettera le accuse di neo-imperialismo che oggi gli antieuropei rivolgono alla Germania? Un po’ sì, ammettiamolo. Allo stesso modo impressiona il carattere fieramente antioccidentale che gli intellettuali tedeschi, i firmatari del celebre Appello dei 93 professori che raccolse le firme di quattromila accademici, diedero alle «idee del 1914», presentate come un programma culturale alternativo alle «idee del 1789». Perché da Thomas Mann a Ernst Troeltsch nel sostegno alla guerra si disegnò un’«essenza del tedesco» che si distingueva e quasi si contrapponeva a quella del resto degli europei.

Come antidoto, per assicurarci che in realtà quella Germania non ha più niente a che fare con la «Germania post-tedesca» dei giorni nostri, bisogna davvero leggere il saggio di Angelo Bolaffi. E anche per provare a evitare, con l’esercizio della ragione, la schizofrenia con cui noi europei di solito guardiamo alle vicende tedesche, così sarcasticamente descritta da Giacomo Vaciago: «Il lunedì ne abbiamo paura; il martedì le attribuiamo le colpe dei nostri errori; il mercoledì le facciamo sapere in che cosa siamo migliori; il giovedì le chiediamo di fare di più; il venerdì le rinfacciamo Auschwitz; nel week end ci riposiamo, e poi si ricomincia».