Recensione
Cristina Taglietti, Corriere della Sera, 27/04/2014

Mark Twain ha fatto un puzzle

Esiste «un modo giusto» per scrivere un’autobiografia secondo Mark Twain ed è questo: «Cominciala in un momento qualsiasi; vaga a piacimento attraverso la tua vita; parla solo delle cose che ti interessano al momento; lasciale perdere quando l’interesse minaccia di impallidire e rivolgi la conversazione alla nuova, più interessante cosa che nel frattempo ti si è intrufolata nella mente». Così fece lui quando, dal 9 gennaio alla fine di marzo 1906, dal letto nella sua residenza newyorkese («con indosso un’elegante vestaglia di seta a ricchi motivi persiani, sorretto da grossi cuscini bianchi come neve»), dettò alla stenografa Josephine S. Hobby le sue memorie.

In realtà Twain scrisse la sua vita per quasi tutta la vita. Già nel 1905 aveva alle spalle trenta o quaranta false partenze: manoscritti, bozze di episodi e di capitoli, molti dei quali sopravvissuti nel fondo Mark Twain Papers e in altre due biblioteche. Alcuni di questi li numerò, destinandoli a capitoli iniziali o finali di una narrazione che di fatto non prese mai forma. Fino, appunto, al 1906, quando iniziò le dettature e scelse quali dei materiali precedenti incorporare nella nuova narrazione che avrebbe chiamato Autobiografia di Mark Twain.

Si tratta di un corpus che, da un secolo, perseguita gli studiosi del grande scrittore, desiderosi di trovare una narrazione sistematica e trovandosi di fronte invece decine di faldoni. Fu lo stesso Twain a stabilire non solo la pubblicazione postuma del materiale, protetta dal «privilegio della tomba», ma un’attesa di un secolo. Una regola che lo scrittore disattese per primo, pubblicando alcuni estratti sulla «North American Review» prima di morire, mentre negli anni successivi vi furono più pubblicazioni parziali del testo, nessuna delle quali edite nel modo in cui l’autore voleva. Nel 1924 lo fece Albert Bigelow Paine, biografo ufficiale e primo esecutore testamentario; poi, nel 1940, il successore di Paine, Bernard DeVoto; infine, nel 1959, Charles Neider.

Finalmente nel 2010 è stato varato il grande progetto di pubblicazione dell’opera nell’ambito del Mark Twain Project condotto presso la University of California, a Berkeley, che ha dato vita al primo volume dell’edizione critica e integrale dell’Autobiography, apparso all’esatto scoccare dei cent’anni dalla morte di Twain. Si trattava di un volume accademico (comprendeva 200 pagine di note e un’ampia selezione delle prove precedenti), che ha venduto in America più di mezzo milione di copie benché non siano mancate critiche negative. A dispetto dell’ambizione di Twain che l’autobiografia diventasse «un modello per tutte le autobiografie future» e che fosse «letta e ammirata per molti secoli grazie alla sua forma e al suo metodo», c’è stato chi, come Adam Gopnik sul «New Yorker», ha definito il volume «una frammentaria e frustrante noia» proprio per l’assenza di una sistematica narrazione, che al contrario è fondata sulla divagazione e sulla digressione. Due anni dopo ne è stata pubblicata dagli stessi curatori un’edizione alleggerita degli apparati filologici, che ora Donzelli manda in libreria con la cura e la traduzione di Salvatore Proietti.

Questo «magma testuale», come lo definisce nella prefazione all’edizione italiana Proietti, rispecchia in modo esemplare la personalità istrionica e teatrale di Samuel Langhorne Clemens (vero nome di Mark Twain) che «rende la più privata delle scritture qualcosa di simile a una performance pubblica». Per questo la dettatura, con la stenografa a fare da pubblico (per quanto passivo) e la dimensione dell’oralità che prevale, risulta il modo più consono allo scrittore che si abbandona spesso alla spontaneità vernacolare che caratterizza anche Huckleberry Finn.

Le prime sezioni sono il racconto di tutte le fasi importanti delle prima parte della vita di Twain, da Hannibal, la cittadina sulle rive del Mississippi dove passò l’infanzia (era nato a Florida, nel Missouri, nel 1835), fino a tutti gli anni Ottanta trascorsi a Hartford. Ci sono aneddoti su madre, fratelli, amici. Le iniziali esperienze di lavoro, prima come timoniere sui battelli a vapore (dal linguaggio del fiume derivò il nome Mark Twain, cioè «marca due», espressione gergale per segnalare che la profondità dell’acqua è di due braccia), poi cercatore d’oro nel Nevada e più tardi giornalista. La clausola dei cent’anni imposta agli eredi non lo libera particolarmente nelle confessioni. In un’intervista, ricorda nell’introduzione la curatrice del progetto Harriet Elinor Smith, ammise «che un uomo non può dire tutta la verità su di sé, anche se è convinto che nessuno vedrà mai ciò che scrive» e nell’aprile 1906, in una delle dettature, nota: «Ho ripensato a millecinquecento o duemila eventi della mia vita di cui mi vergogno, ma neppure uno ha ancora accettato di finire nero su bianco».

Tuttavia nelle dettature si sente libero di esprimere giudizi su personaggi pubblici e persone con cui ha a che fare. Molti sono racconti che non vanno a finire da nessuna parte, altri sono resoconti effettivamente noiosi, quello che rimane costante è l’attitudine teatrale dell’autore. La sua ironia si scatena su ricchi, potenti e istituzioni. Così l’editore Elisha Bliss è «una scimmia bastarda con la farfugliante risata di un idiota», Charles H. Webb, editore del suo primo libro, «un truffatore per natura e formazione», il poeta e scrittore Bret Harte, che raccontò la vita dei pionieri e che fino a un certo punto fu suo amico, è bollato come «pacchiano, falso, insincero», mentre il mestiere del critico è considerato il più degradato di tutti: «È la volontà di Dio che debbano esistere i critici, i missionari, i parlamentari e gli umoristi, e ne dobbiamo sopportare il fardello».

Twain se la prende anche con il primo critico che ha avuto occasione di descrivere il suo aspetto fisico cospargendo la descrizione di «errori sciocchi e imperdonabili», dalla cui somma risultava, scrive, «che io ero manifestamente e disperatamente poco attraente. La descrizione si diffuse in tutto il Paese sui giornali, e fu usata e abusata per un quarto di secolo». Un’ingiustizia tale che a Twain sembra incredibile che «non si sia trovato un critico nel Paese in grado di guardarmi e con il coraggio di prendere la penna e distruggere la bugia».

John Rockefeller è un «cristiano zelante privo di istruzione» che non paga le tasse, mentre l’esercito americano al servizio di una politica imperialista è una banda di «assassini in uniforme» che ha massacrato uomini, donne e bambini della minoranza musulmana moro nelle Filippine. Lo scrittore si diverte per la messa al bando di Huckleberry Finn, sostenendo che per i giovani lettori è più adatto della Bibbia. Come scrive Proietti «questo è un Twain che sa di essere un’icona di massa, si aspetta un pubblico che conosce a menadito le sue tecniche innanzitutto oratorie: consapevole, anche nell’autobiografia delle aspettative dei suoi lettori».

Ci sono tuttavia pure straordinari momenti di commozione e il peso delle tragedie, anche quando non espresso compiutamente, si traduce in un senso di solitudine che pervade i ricordi. Dal racconto della morte dell’amata moglie Olivia (quando la conobbe, si legge più avanti, «era magra, bella e fanciullesca… Rimase donna e ragazza allo stesso tempo fino all’ultimo giorno di vita. Sotto un’esteriorità solenne e gentile bruciavano inestinguibili fiamme di simpatia, energia, devozione e affetto assolutamente illimitato») sembra fuggire. Al punto che le pagine dedicate al periodo trascorso a Villa di Quarto, a Firenze, durante la malattia della donna, sono una lunga descrizione della casa, del suo arredamento, della contessa proprietaria: «Eccitabile, maliziosa, maligna, vendicativa, rancorosa, egoista, tirchia, avida, grossolana, volgare, blasfema, oscena, una furiosa prepotente all’esterno e una codarda nel cuore».

La morte della figlia Susy per meningite (ricostruita con tutti i dettagli che scrive la cameriera) gli viene an- nunciata con un cablogramma che recita semplicemente: «Susy serenamente deceduta oggi» e gli ispira una riflessione: «È uno dei misteri della nostra natura che un uomo, del tutto impreparato, può ricevere un colpo come questo e sopravvivere».