Recensione
Redazione, Il notiziario filosofico, 24/04/2014

Cosa succede nella City se si perde il lavoro

Secondo il saggio di Romano Benini, Nella Tela del Ragno, a determinare il ritardo occupazionale italiano sarebbero state le politiche adottate negli anni a tutela dei lavoratori in esubero anziché nel rilancio effettiva dell'occupazione, un ritardo confermato dalla fatiscenza dei centri per l'impiego.

Ci siamo chiesti cosa accade ad un londoner quando perde il lavoro? Se, com'è amaramente noto, qui in Italia, a Roma, ad esempio, solo per fare un confronto tra Capitali, lo sfortunato dovrà recarsi dapprima presso uno dei sempre efficienti centri per l'impiego per effettuare la registrazione, e poi, una volta inscritto, fare richiesta all'INPS per l'erogazione dei servizi di assistenza previdenziale, nella City si viene direttamente convocati dai jobs center, i servizi per l'impiego locali, a cui farà seguito una proposta di nuovo lavoro.

Sembra un sogno, sopratutto per chi a fronte dell'immobilismo ormai cronico delle istituzioni ha finito per ricadere nei sondaggi nella categoria dei cd 'scoraggiati'.

Uno spread quello tra i servizi per l'impiego inglesi e quelli made in Italy oggetto di una recente indagine di Work Magazine, una testata giornalistica che tratta argomenti di diritto del lavoro molto apprezzata dai media, che lo ha perfettamente sintetizzato nella abissale differenza di numero di impiegati che lavorano per il servizio, 7mila in Italia contro i 70mila che lavorano nei job center della 'Regina'.

La scarsa efficienza dei centri per l'impiego italiani, spiega il quotidiano, è data a ben vedere più dalla cattiva gestione delle risorse economiche che lo Stato ha a disposizione, che da altre cause aliene o remote; non volendo le aziende rinunciare all'istituto degli incentivi fiscali per assumere disoccupati, disoccupati di lungo corso, over 50', apprendisti, ec, nonostante poi l'evidenza degli insuccessi fin qui ottenuti, ciò ha finito per sacrificare le spese che lo Stato deve intraprendere per alimentare un servizio di allocazione delle forze inattive al lavoro ormai saturo, logoro, inesistente, sia nei termini di efficienza, che di forza lavoro impiegata.

E' la tesi infatti che Romano Benini, direttore del master in Management dei servizi per il lavoro della Link Campus University di Roma, e consulente per istituzioni pubbliche e agenzie per il lavoro italiane, sostiene nel suo saggio, Nella Tela del ragno, perchè in Italia non c'è lavoro, pubblicato dalla casa editrice Donzelli, secondo il quale dall'inizio della crisi economica, mentre nelle altre Nazioni d'Europa si mettevano a disposizione tutte le risorse per rilanciare l'occupazione, cercando quindi di limitare al massimo le spese assistenziali, in Italia sono state impiegate esclusivamente per tutelare i lavoratori in esubero, generando così un rialzo della spesa che non è servita, tuttavia, a rilanciare l'occupazione, ormai precipitata ai livelli del 1977.

Dall'inizio della crisi economica infatti tra cassa integrati, esodati, ammortizzatori sociali, sussidi ec, sono stati spesi 9 miliardi di euro, soldi, spiega Benini che sono andati a sanare un sistema industriale ormai insanabile e moribondo, anziché alimentare un'economia post-industrializzata nascente, un errore di visione che si sta ancora pagando in termini di ritardo di occupazione, così come in tutti gli altri indicatori economici importanti.

Se si confrontano i dati con gli altri Paesi dell'Eurozona, l'analisi di Benini trova infatti sostegno; l'Italia è infatti l'unico Paese europeo che rispetto a dieci anni fa ha un saldo negativo in termini di occupazione, anche la Grecia infatti, il grande malato dell'euro, ha fatto meglio di noi.

E l'amarezza è che al momento non si vede all'orizzonte alcun cambio di rotta, neppure nel tanto sbandierato dal governo Renzi job act, che di fatto ha solo reso l'uscita, per chi un lavoro lo troverà, solo un po' più flessibile.