Recensione
Lucio Biasori, L'Indice n. 4, 01/04/2014

La fortuna è nuda, l’Italia spogliata

Su Machiavelli sappiamo ormai quasi tutto, almeno a partire dal momento in cui egli si affacciò alla vita politica fiorentina. Molta parte di questo bagaglio di informazioni, però, ci arriva filtrato da mezzo millennio di dispute, che hanno legato il suo nome nell’immaginario collettivo alla pessima fama che lo accompagnò fin dagli anni immediatamente seguenti la pubblicazione (postuma) delle sue opere maggiori. Nella cultura politica italiana assistiamo a un fenomeno più complesso. Il rigetto esplicito delle sue teorie non ha impedito infatti che tre influenti uomini politici – Mussolini, Craxi, Berlusconi – abbiano composto delle prefazioni alla più controversa delle opere machiavelliane, Il Principe, in cui hanno visto anticipata la loro azione insofferente ai vincoli della politica tradizionale. E anche il neo-nominato presidente del Consiglio, aiutato in questo dalla sua esibita fiorentinità, ha riportato d’attualità il paragone con Machiavelli. Nemmeno la ricerca accademica su Machiavelli appare esente da pregiudizi ideologici. I due principali indirizzi dominanti a livello mondiale sono, infatti, da una parte la conservatrice scuola di Chicago, che ne ha fatto il fondatore di una brutale modernità politica culminata ad Auschwitz; dall’altra la scuola liberale di Cambridge, che invece vede nel succedersi dei vari Machiavellian moments nei secoli dell’espansione europea altrettante tappe della fiaccola della libertà, da Maratona al liberalismo contemporaneo. Sembra quasi di rivedere le interpretazioni maturate durante le guerre di religione: da un lato il Machiavelli della Controriforma, autore proibito di un libro scritto con il dito di Satana, ma avidamente letto dai consiglieri dei sovrani e dallo stesso papa inquisitore Sisto V; dall’altro quello degli illuministi, cittadino virtuoso, se non intenzionato a sfrondare con il suo Principe gli allori del potere, di certo obbligato a scriverlo per rimettersi in sella, pur rimanendo sempre di salde convinzioni repubblicane. Davvero il problema Machiavelli è destinato, come voleva Benedetto Croce, a non chiudersi mai? E se anche la cultura accademica fosse in grado di produrre dei risultati più solidi e condivisi, riuscirebbe a farsi capire al di fuori delle proprie mura? Nel 2013 correva il quinto centenario del Principe. La data è convenzionale, visto che in realtà il libro fu “ingrassato e ripulito” per alcuni anni (per certi studiosi, come Mario Martelli, fino al 1518). Le celebrazioni del centenario hanno messo in luce come anche in Italia le letture del Principe siano di frequente viziate dalla permanenza di una carica ideologica marcata, e per giunta spesso ambivalente nei contenuti. Prendiamo la mostra al Vittoriano, patrocinata da Aspen Italia e dalla Treccani: da un lato è stata inaugurata il 25 aprile, quasi che quella data sancisse l’avverarsi della “esortazione a pigliare la Italia e liberarla dalle mani de’ barbari” con cui si chiude il Principe; dall’altro è stata celebrata da un catalogo introdotto dall’auspicio di Giuliano Amato che l’Italia torni a essere “l’Italia del Machiavelli (...) Italia mirabile” e non “provincia non molto importante dell’Europa”; dalle lezioni di storia di Giulio Tremonti (“Nel mondo di Machiavelli non c’era Aspen. Nel mondo di Aspen non c’è Machiavelli”) e dalla vulgata del Machiavelli maître-à-penser dei capitani d’industria, qui salmodiata dall’amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni, secondo il quale Machiavelli “ha definito un perimetro di valori cui ogni comandante, ogni capo, ogni guida dovrebbe ispirare la propria leadership”. Tutte queste prefazioni sono un tributo forse troppo salato per gustare a dovere i saggi che compongono il volume, scritti dai più importanti machiavellisti italiani (Emanuele Cutinelli-Rèndina, Giorgio Inglese, Gabriele Pedullà, Gennaro Sasso e altri). Sempre da Treccani si attende invece, con maggiori speranze, l’uscita di un’Enciclopedia machiavelliana che, sul modello della dantesca, si annuncia come opera di consultazione definitiva. A celebrare il quinto centenario del Principe è giunta anche la nuova, ampia edizione commentata da Gabriele Pedullà e affiancata da una traduzione a fronte in italiano moderno di Carmine Donzelli. Tale traduzione è stata composta per evitare che i lettori colti del resto del mondo “dovendolo necessariamente leggere in traduzione (...) finiscano con il conoscere questo libretto molto di più e molto meglio di come lo conosciamo noi”. Donzelli, che attribuisce alla metà degli anni settanta l’idea di quest’ardita impresa (“ci era voluto un certo coraggio anche solo a sollevare il tema”), non menziona Piero Melograni, che lo aveva preceduto nel 1991 partendo da presupposti sorprendentemente simili ai suoi. Infatti, su suggerimento di Goffredo Parise, Melograni aveva reso il Principe in italiano moderno, dato che “gli stranieri conoscevano Machiavelli meglio degli italiani, poiché avevano la fortuna di leggerlo tradotto”. Si tratta di operazioni meritorie, se servono a facilitare il passaggio alla lettura del testo originale, ma foriere del rischio che il testo in italiano moderno possa venire usato in sede scientifica al posto di quello originale (tanto più in un momento in cui si comincia ad accedere anche alle fonti storiche in traduzione). Come tutti i centenari, anche questo è stato un’occasione di bilancio, più che di nuove proposte interpretative. Il fatto che si siano ripubblicati lavori imprescindibili, ma datati, come quelli di Delio Cantimori, Felix Gilbert e Luigi Zanzi (questi ultimi due da parte di editori di punta, come Einaudi e Il Mulino) è indicativo di come la cultura accademica si sia rivolta indietro, ai grandi modelli degli studi machiavelliani novecenteschi. Oltre che indietro, gli studiosi di Machiavelli farebbero bene per una volta a guardare anche fuori dal loro campo. Come Dante, infatti, Machiavelli non è stato mai solo dei professori e forse la cosa non sarebbe nemmeno dispiaciuta all’interessato, uomo che “non beveva paesi”, cioè che, per conoscere se un vino era buono, lo assaggiava, senza fidarsi della sua provenienza. Proviamo ad assaggiare anche noi il libro di Adriano Sofri, Machiavelli, Tupac e la Principessa (pp. 344, € 14, Sellerio, Palermo 2014). Impossibile qui tentare di tirare le fila di questo libro “guazzabuglio” (la definizione è dello stesso Sofri, Machiavelli avrebbe detto “ghiribizzo”). Poniamoci una domanda più limitata: cosa impara lo studioso di Machiavelli da un libro come questo, ostico e divagante, dove nella fortuna di Machiavelli entra anche il rapper americano Tupac Shakur? Innanzitutto apprende una lezione di filologia. Sofri mostra come il passo decisivo del Principe sui rapporti tra virtù e fortuna sia al centro di un’incomprensione: “Perché el nostro libero arbitrio non sia spento, iudico potere essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l’altra metà, o presso, a noi”. I commentatori danno a quel “presso” il significato neutro di “quasi, circa”, dividendo salomonicamente il campo d’azione della fortuna e quello della virtù. In realtà, Sofri mette in luce un dettaglio su cui gli specialisti non avevano posto la dovuta attenzione. Il primo editore del Principe, lo stampatore Antonio Blado, sostituì il “presso” con un “poco meno”. Mossa rapida ma importante. Non decisiva come quella di colui che tradusse il greco parthenos (ragazza) dei Vangeli nel latino virgo (vergine), ma “presso”. Così facendo, infatti, Blado mostrava che “a) l’interpretazione apparsa evidente al primo stampatore, e agli altri che seguirono, non era quella di un neutro ‘quasi’ o ‘circa’; b) che per secoli i lettori hanno letto ‘poco meno’, riconoscendo dunque la Fortuna come azionista di maggioranza”. Altro che “il fine giustifica i mezzi”: la fortuna sarà sempre un passo avanti all’uomo ed è per questo che “è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla (...) come donna amica dei giovani”. Proprio nel momento in cui Machiavelli teorizza per la buona riuscita dei disegni politici la necessità di ingaggiare un corpo a corpo violento con la fortuna, è come se quella stessa fortuna-donna si voltasse verso il suo violentatore e gli riservasse il ghigno beffardo di chi sa che alla fine l’avrà vinta. “La battiamo non perché è debole, ma perché è la padrona della nostra sorte” conclude Sofri, che collega fulmineamente la “fortuna battuta” all’Italia “battuta, spogliata, lacera e corsa” del capitolo successivo. “Là capriccio e lussuria, qua onore e offesa. Là una donna da battere, qua una per cui battersi contro l’oltraggio di altri uomini. La fortuna era nuda, l’Italia è spogliata. Di nuovo un corpo femminile forzato, ma qui non è l’impeto del giovane conquistatore, bensì il furore sacrilego del barbaro (...) Il suo redentore sarà bensì lo stupratore baciato dalla fortuna, ma deporrà devotamente la vittoria ai piedi di un altare”. Non è la prima volta che letture del Principe in chiave di genere sono state proposte, ma questo sdoppiamento della figura femminile tra la patria-madre e la fortuna-puttana proposto da Sofri ha un suono diverso. Lo conferma la lettura di un capitolo del Principe come se fosse intitolato “La Principessa” e fosse dedicato non a Lorenzo de’ Medici, ma all’eroina rinascimentale Caterina Sforza. Spesso l’analisi critica ha bisogno anche di esperimenti mentali come questo per innescarsi. Lo sapeva Machiavelli che, per “trarre del cervello di muffa”, se ne stava “nell’hosteria (...) per tutto dì giuocando a criccha e a trichetach”, e lo deve imparare anche chi lo studia. Ma, per capire questa capacità da parte di Machiavelli di mettersi nei panni degli altri, ci voleva forse un altro uomo politico, incarcerato con l’accusa di aver cospirato contro il proprio stato e diventato poi uno scrittore capace di suscitare passioni contrapposte, verso il quale è sempre sembrato obbligatorio emettere un giudizio netto di condanna o simpatia. Chissà che anche la lettura di un libro come questo non aiuti perciò gli storici a fare per Machiavelli quello che Marc Bloch chiedeva per Robespierre: “Machiavellisti, anti-machiavellisti, noi vi chiediamo grazia: per pietà, diteci, semplicemente, chi fu Machiavelli.